Via Rizzoli, museo (temporaneo) a cielo aperto

Bologna, 23 feb. – Ancora pochi giorni e il museo a cielo aperto di via Rizzoli tornerà ad essere ricoperto da strati di ghiaia e cemento. E così le fondamenta delle casupole medievali con i pozzi e gli sversatoi (vere e proprie discariche di rifiuti domestici), i basamenti dei palazzi settecenteschi distrutti per aprire via Rizzoli agli inizi del Novecento, i blocchi delle mura di selenite della cinta che difese Bononia dai Visigoti di Alarico, tutto tornerà ad essere nascosto per sempre alla vista di cittadini e turisti. Non a caso l’assessore Andrea Colombo e il direttore dei lavori Fabio Monzali ripetono: “E’ un’occasione unica, venite a vedere i cantieri” dicono all’indirizzo dei cittadini.

In occasione dell’inaugurazione della terza fase del cantiere, che porterà operai e ruspe a scavare su via Ugo Bassi, l’ingegner Monzali, insieme a Colombo e alla presidente di Tper Giuseppina Gualtieri, ha guidato la stampa al di là delle reti di via Rizzoli. A far da cicerone, spiegando la consistenza dei ritrovamenti effettuati dagli archeologi di Phoenix, è stata la dottoressa Renata Curina della soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia Romagna.

Tolti i basoli, rimosse le povere macerie delle casupole medievali abbattute attorno al 1910 e utilizzate come fondo per la costruzione della via, le ruspe di coop Costruzioni si sono messe a scavare sotto l’occhio vigile degli archeologi (in cantiere grazie ad un accordo tra Tper e Soprintendenza). E così, poco a poco, sono tornate alla luce mura di mattoni, blocchi di pietra più grandi, vecchie condotte di metallo e scanafossi di pietra. Secoli di urbanistica bolognese, un libro aperto per archeologi e studiosi. Un libro noto: nulla di sorprendente, spiega Curina, quasi tutto previsto. Nonostante questo, sempre affascinante e utile per aggiungere conoscenza alla conoscenza. E’ per questo che, dopo i rilevamenti degli archeologi, la catalogazione dei reperti e una dettagliata documentazione fotografica, i ritrovamenti verranno nuovamente interrati.

“Su via Ugo Bassi la situazione dovrebbe essere più semplice” spiega Curina, secondo cui in questo lato della città il piano di calpestio romano, su cui appoggiano appunto le mura di selenite, è ad un livello più basso rispetto a quello di via Rizzoli. Per questo le previsioni danno per assai remota la possibilità di vedere affiorare, all’altezza del voltone di Palazzo d’Accursio che si affaccia su via Ugo Bassi, un tratto delle antiche mura di gesso.

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“Indossate il giubbetto arancione e non allontanatevi troppo” è stata la raccomandazione dell’ingegner Monzali ai giornalisti. “Questo è un cantiere attivo” dice il direttore dei lavori mentre con un fischio ferma una macchina operatrice intenta a spostare una bancale con i basoli. A poca distanza, una coppia di archeologi di Phoenix sta scavando una fossa di forma quadrata. Si tratta di una zona di scarico di materiale di scarto, racconta Marco Palmieri. “Abbiamo trovato ossa animali e altro materiale di scarto” racconta togliendo la testa di una grande osso da un sacchetto di nylon trasparente. Il suo collega Flavio è chinato nella buca e con il solo ausilio di una piccola cazzuola sposta delicatamente la terra scura. “Cerchiamo materiali datanti (oggetti che possano consentire una datazione dello strato in cui si trovano)” spiega Palmieri che precisa si tratta di un semplice “saggio esplorativo” eseguito su indicazione della Soprintendenza.

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Rolando Dondarini, professore di storia medievale e consigliere comunale del Partito Democratico, durante la trasmissione Sulla bocca di tutti, ci ha aiutato a contestualizzare i ritrovamenti di via Rizzoli all’interno della storia millenaria di Bologna. I confini della Bononia romana, fondata nel 189 avanti Cristo per volere del Senato di Roma sulla pre-esistente Felsina etrusca, erano, in linea di massima: ad est il corso del torrente Aposa, che scorreva all’incirca nel tracciato dell’odierna via Castiglione; a sud le vie Farini e Barberia; a ovest Via Cesare Battisti; a nord via Righi.

Con il crollo dell’Impero romano, la superficie della città si ritirò. Furono costruite le mura di selenite, la pietra proveniente dalle cave di gesso delle colline a sud della città, che difesero gli abitanti dalle scorrerie dei Visigoti di Alarico. Con la ripresa anche economica del Mille, bologna crebbe: furono costruite prima la cinta dei Torresotti, detta anche del Mille, e poi la cerchia delle dodici porte (a sua volta abbattuta ad inizio Novecento, quando furono realizzati i viali, di cui alcuni tratti sono ancora visibili).

Nel giro di qualche giorno, gli antichi manufatti saranno di nuovo ricoperti. “Mi dispiace– dice Dondarini- ma sono anche convinto che non si possa fare altrimenti. il sottosuolo dell’Italia è ricchissimo, delle città ancora di più, perché le città sono cresciute su loro stesse. Quando è possibile senza recare danno e con le spese compatibili, le scoperte vanno salvate”. Ma in questo caso, spiega Dondarini, i manufatti ritrovati non aggiungono molto alla conoscenza che già si possedeva. “Bisogna fare una specie di bilancio, tra vantaggi e costi” prosegue Dondarini.

 

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