Bologna cupa, come il resto del paese in questi mesi di primavera senza orizzonte. Davanti al mistero e al dolore della morte siamo fragili e stupiti.
Le storie delle persone che in queste ore si sono tolte la vita nella nostra città sono diverse, insondabili, sacre nello stesso modo. Di Maurizio Cevenini sappiamo molto, poco invece dell’uomo che si è impiccato al dormitorio Sabatucci due giorni fa, le cronache non ci hanno neppure consegnato il suo nome. Poco meglio conosciamo Piero Marchi, che lo stesso gesto ha compiuto nel retrobottega del suo negozio.
Possiamo solo sentire il volume, identico, del loro dolore, un’intensità tale che non ha più concesso loro di desiderare la vita.
Sono anni difficili, di angoscia, senza certezze e senza punti di riferimento.
La paura di perdere il lavoro o non trovarlo, di non riuscire a far fronte alle proprie responsabilità, di non esserne all’altezza. Le donne, gli uomini stanno male, profondamente, di qualunque ceto sociale facciano parte, qualunque sia il loro livello culturale.
Può essere diverso il motivo scatenante, ciò che si identifica come ultima offesa inaffrontabile. Ma il nome assoluto è lo stesso: l’incapacità di proseguire un cammino, soli di fronte al mondo, mentre tutto perde senso.
Non esistono più visioni collettive, progetti condivisi, sogni a cui ci si sente di appartenere. Non ci sono più case comuni in cui rifugiarsi, più rare le battaglie collettive in cui immergersi, e più doloroso può essere aver fatto parte di “famiglie” a cui si sente di non appartenere più.
Lucia Manassi

