24 ott. – “Vederlo lavorare in studio è stato meraviglioso; assistere al processo creativo, vedere lui accanto al mixer che cantava delle sillabe sulle canzoni che ascoltava, prendendo note su un taccuino”: chi racconta questo stato di stupore è uno dei tre To Rococo Rot, per la precisione Stefan Schneider. La band tedesca, in questi giorni in Italia per portare dal vivo l’ultimo Instrument, ha coinvolto nel disco Arto Lindsay, che presta ad alcune delle tracce dell’album, non solo il suo inconfondibile suono di chitarra, ma anche la sua voce, che si innesta perfettamente nelle trame sonore ordite da Schneider e dai fratelli Lippok.
“Il processo è stato organico“, ha raccontato a Maps Schneider, ospite questo pomeriggio nei nostri studi, in attesa del live al Locomotiv Club di questa sera. “Non volevamo una voce che facesse diventare il resto musica d’accompagnamento, ma che si fondesse con i nostri pezzi. Inoltre Lindsay non ha un’educazione musicale al canto, e noi tre non abbiamo alcuna preparazione scolastica, per quanto riguarda la musica: era la scelta perfetta.”
Schneider ha svelato ai nostri microfoni anche le intenzioni del bellissimo Instrument: “Volevamo dare qualcosa al mondo”, ha detto, confrontandolo con un album di una quindicina di anni fa, Veiculo, più una “risposta al mondo esterno”. E si è anche soffermato con noi su alcune caratteristiche tecniche relative al suo strumento, il basso, che nell’ultimo disco è stato suonato ispirandosi ad alcuni strumenti kenyoti. “Ho passato del tempo là facendo registrazioni per un album che poi ho lavorato a Londra”.
Ma qual è il segreto della longevità della band tedesca? Schneider ha risposto senza dubbi, con un sorrisetto: “Abitiamo in città diverse e non usciamo insieme spesso”.



