Stranieri a Bologna: “Il Centro Zonarelli non basta, bisogna fare di più”

Una delle tante iniziative del centro Zonarelli

Bologna, 22 feb. – Il Centro Zonarelli non è sufficiente. Questa è una delle questioni emerse durante l’indagine che ha coinvolto 22 stranieri residenti a Bologna, condotta durante i Laboratori di quartiere dalla ricercatrice Giulia Allegrini dell’Alma Mater e Bernardo Venturi dell’Agenzia per il Peacebuilding. Gli esiti parlano chiaro: tra i bisogni principali degli stranieri in città, raccolti in 12 punti, c’è proprio quello di trovare luoghi adeguati per socializzare e aggregarsi. “Non vuole significare che non ci siano spazi a sufficienza”, spiega Allegrini, “ma piuttosto che non sono accessibili o che mancano le informazioni per raggiungerli”. E così il Centro Interculturale Zonarelli, principale punto di riferimento per gli stranieri in città e sede di alcuni incontri dei Laboratori, non basta più. “Ci vogliono posti – prosegue Allegrini – che diano spazio alle singole culture ma che siano meticci allo stesso tempo”. E questo non sempre accade. Lo stesso Zonarelli “raccoglie tante comunità che non parlano tra loro”, aggiunge il docente dell’Alma Mater Pierluigi Musarò durante la presentazione degli esiti.

Così i principali luoghi di confronto per gli stranieri rimangono case e spazi privati, perché “non ci sono posti in cui potersi incontrare”, spiega Allegrini. A questi si aggiungono “i bar e i giardini, i luoghi di culto” e ovviamente quelli “digitali”. In questo modo è chiaro però che la partecipazione civica venga completamente a mancare. Come fare quindi a costruire a Bologna un sistema di attivazione che possa tener conto delle comunità già esistono, in un’ottica realmente “meticcia e interculturale”? Formando nuove figure intermediarie, come assistenti e operatori sociali. Oppure “figure ponte” che abbiamo sia un ruolo all’interno delle comunità che rapporti con l’amministrazione. D’altronde questa è proprio un’altra delle necessità evidenziate dai 22 intervistati, insieme all’esigenza di rispondere “alle difficoltà di accesso ai percorsi politici e di voto”, aggiunge Venturi. Inutile infatti parlare di partecipazione se mancano i diritti, se non si ha la cittadinanza italiana.

Dall’altro lato, si dovrebbero mettere a frutto le attività già in corso. Nell’esperienza dei Laboratori si sarebbero per esempio potuti “mappare i luoghi tenendo conto della presenza di queste diverse comunità nei vari quartieri”, suggerisce ancora Allegrini. In quell’occasione, l’Ufficio immaginazione civica aveva comunque individuato un team di 9 ragazzi, di cui 2 stranieri, con il compito di raccontare l’attivismo civico in un “laboratorio under”, spiega Stefania Paolazzi del Comune nel suo intervento. Aggiungendo che è stata proprio “una delle partecipanti a sottolineare come questi processi di partecipazione siano visti dai più giovani come un modo per riattivare la cittadinanza sociale”. L’appello quindi va direttamente agli amministratori civici e al Comune, che nei percorsi di progettazione dovrebbero saper “ascoltare l’intera cittadinanza – conclude Musarò – altrimenti gli stranieri rimangono assenti sia in Italia che nei Paesi di origine”.

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