Roma, 22 apr. – Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha firmato oggi a Palazzo Chigi, alla presenza del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica Marco Minniti e del Direttore del Dis, amb. Giampiero Massolo, la direttiva che dispone la declassificazione degli atti relativi ai fatti delle stragi di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904.
Di che carte si tratta? E cosa accadrà ora che sono state declassificate? Secondo quanto stabilito nel Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica dello scorso venerdì, la direttiva consente il “versamento anticipato di carte classificate in possesso di tutte le amministrazioni dello Stato che rappresentano un importante contributo alla memoria storica del Paese”. Il che vuol dire che i documenti potranno passare all’Archivio di Stato, e quindi diventare di pubblico accesso, senza attendere il limite minimo dei 40 anni previsti dalla legge, ma in base ad un criterio cronologico, dal più antico al più recente. C’è da precisare che il provvedimento non riguarda il segreto di Stato perché, come scrive lo storico esperto di servizi segreti Aldo Giannuli sul suo blog, “il segreto di Stato non è opponibile alla magistratura che procede per reati di strage o eversione dell’ordine democratico”. Ora inizierà l’iter per la catalogazione delle carte.
“Uno dei punti qualificanti della nostra azione di governo è proprio quello della trasparenza e della apertura”, sottolinea il Presidente del Consiglio. “In questa direzione va la decisione di oggi che considero un dovere nei confronti dei cittadini e dei familiari delle vittime di episodi che restano una macchia oscura nella nostra memoria comune”.
Per il deputato democratico Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage di Bologna, questo è un passo positivo perché permette un più facile accesso ai materiali che riguardano la memoria delle stragi. Resta però il dubbio che possa non essere applicato a “tutte le amministrazioni dello Stato“, come scritto del comunicato di Palazzo Chigi. Lo stesso Bolognesi invita a guardare, oltre che sulle carte dei servizi segreti, anche verso le carte del Ministero della difesa e del Ministero degli esteri.
A stroncare senza mezzi termini l’iniziativa di Renzi è, come accennavamo all’inizio, Aldo Giannuli, colui che nel 1996 scoprì molti documenti non catalogati del Ministero dell’Interno. Nel suo blog Giannuli dice che Renzi “vende fumo”. Questo perché le carte che verranno rese pubbliche, sono già di dominio pubblico, perché già passate per le mani della magistratura, delle commissioni parlamentari che si sono succedute, dei giornalisti, dei consulenti parlamentari e giudiziari e “una larghissima parte della documentazione finita nei fascicoli processuali e nelle commissioni di inchiesta è stata resa consultabile dalla “Casa della Memoria di Brescia”, dove chiunque può accedere, e …dalla Regione Toscana”.
Inoltre anche secondo Giannuli difficilmente il provvedimento verrà applicato a “tutte le amministrazioni dello Stato”, alcuni archivi infatti sono “inarrivabili“, perché come quello dell’Arma dei Carabinieri “non si sa dove sia”, perché come quello della Presidenza dello Stato non dipende dalle decisioni del Consiglio dei Ministri, oppure perché sono protetti dal segreto Nato. Secondo Giannuli c’è bisogno di fare altro. Per esempio “invitare il Capo dello Stato a valutare l’opportunità di rendere accessibile il proprio archivio oltre le carte del Protocollo attualmente visibili; chiedere all’Arma dei carabinieri un rapporto ufficiale sulla sistemazione dei propri archivi informativi; porre in sede Nato la questione del superamento del segreto dopo un congruo periodo di segretazione”.

