Strage di San Benedetto. Giudice stronca pronto intervento Hera

27 ago. – Guasti del passato riparati con superficialità, ma soprattutto un’organizzazione del Pronto intervento di Hera assolutamente inadeguata ad affrontare le emergenze. Questo si legge nelle motivazioni (oltre 300 pagine) della sentenza con cui nel febbraio scorso il giudice Rita Zaccariello ha condannato cinque imputati del processo per la strage di San Benedetto del Querceto, la frazione di Monterenzio dove il 23 dicembre 2006 morirono cinque persone nel crollo di una palazzina causata da una fuga di gas. I cinque condannati sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio colposo e disastro colposo: si tratta di Fabrizio Mazzacurati, che era responsabile della gestione del Pronto intervento (pena di quattro anni) della multiutility, Marco Melossi, responsabile dell”area Gestione impianti di Seabo (quattro anni), Dovilio Albertini e Roberto Raggi, addetti Hera del distretto di Loiano (quattro anni a testa), Ferdinando Santini, legale rappresentante di una delle ditte che realizzano i lavori sulla condotta del gas (tre anni).

A ripercorrere quel giorno nella lettura delle motivazioni vengono i brividi: la prima telefonata al call center di Hera in cui si segnalano pesanti fughe di gas arrivò alle 7.45. Da lì inizia un “dramma che ha un’evoluzione sconcertante, una sequenza in cui quello che agli abitanti appare dapprima solo come un incidente, a cui chi di dovere porrà presto rimedio, con il passare del tempo genera un’attesa angosciosa, senso di impotenza e abbandono, un crescendo di interrogativi, senza tuttavia che nessuno, sino all’ultimo istante, riesca a comprendere la reale entità del pericolo e l’imminenza di morte che l’odore insopportabile di gas porta con sè”.
L’esplosione, prosegue il giudice, che avviene alle 10.45, il crollo delle case e il muro di fuoco che produce, “trasformando il piccolo borgo in qualcosa di simile a un teatro di guerra, coglie tutti di sorpresa: non solo i paesani che naturalmente confidano che i tecnici di Hera dotati dell’attrezzatura e delle competenze necessarie a far cessare la fuga del gas arriveranno in tempo per evitare il disastro e le morti, non solo il maresciallo e i giovani Vigili del fuoco volontari di Monzuno, che si prodigano per quanto possono nell’attesa che arrivino i tecnici”. Uno di loro, Simone Messina di 33 anni, morirà nella tragedia. Le altre vittime sono Enzo Menetti, Teresa Minarini, Margherita Mazza, Augustin Ciceu.

Per il giudice la successione cronologica è “sorprendente”: la prima richiesta di intervento al numero verde di Hera e” delle 7.45 del mattino, da quel momento trascorrono ben tre ore prima dell’esplosione, “un lasso di tempo notevole ma tuttavia insufficiente perché la società che gestisce il servizio riesca a risolvere il problema e a far cessare l’emergenza prima che degeneri in catastrofe”. Peggio ancora: “Dopo l’esplosione che causa morti e feriti dovranno passare ancora circa due ore prima che i tecnici riescano a interrompere il flusso del gas che incendia il paese”.

Ed è proprio “la scansione temporale degli eventi, l’anacronistico e inconcepibile ritardo del pronto intervento di Hera”, scrive ancora Zaccariello, che “fa apparire il disastro di San Benedetto del Querceto come una tragedia incongrua, assolutamente inammissibile nel suo concreto evolversi“. Eppure la manovra di interruzione del gas può essere effettuata in 30 minuti: ma “la mattina del 23 dicembre 2006 i tecnici capaci di compiere questa manovra e dotati dell’attrezzatura adeguata riescono a raggiungere San Benedetto del Querceto non prima che sia passato mezzogiorno”. Per quale motivo? Per “un”organizzazione del servizio che definire impudente, in relazione a quel territorio della provincia di Bologna, è un eufemismo”, afferma il giudice. La colpa non è dei tecnici: i primi due che arrivano a San Benedetto, poco dopo le nove, (Tiziano Poli e Maurizio Bonifazi), e gli altri quattro (Gabriele Bedinelli e Andrea Milani della squadra di Gestione impianti, e Alessandro Armenti Ruggeri e Cristian Morara della squadra di Cerca fughe) giunti a esplosione avvenuta, furono tutti indagati per l'”apparente imperizia dei primi e l’oggettiva omissione di un tempestivo intervento degli altri fa sì che tutti vengano indagati”. In seguito però emerge la “loro estraneità visto che in base alle procedure ai primi è inibito un intervento e il ritardo degli altri è dovuto all’organizzazione aziendale”. Il 23 dicembre 2006 era un sabato, per giunta prefestivo: “L’organizzazione del Pronto intervento per le zone montane comportava che fossero disponibili solo squadre di reperibili, peraltro in numero assai limitato, diversamente invece da quanto previsto per il territorio di Bologna” dove c’erano turnisti. Come se non bastasse, tutti i reperibili non vivevano vicino ai centri di raccordo (Loiano e Bologna) da cui dovevano per forza di cose passare per prendere l’attrezzatura necessaria.

Tutte le squadre man mano arrivate a San Benedetto, complice anche le strade ghiacciate di montagna facilmente prevedibili in quei mesi, non ci hanno messo meno di un’ora e passa. L’evolversi dell’emergenza in tragedia- è la reprimenda del giudice- fu conseguenza della gravissima negligenza con cui la società erogatrice del gas ha organizzato il servizio di Pronto intervento con procedure e carenze logistiche tali da determinare che una parte rilevante del territorio della provincia di Bologna rimanesse esposta al rischio che si verificasse una tragedia del genere. Insomma, “l’organizzazione del Pronto intervento di Hera all’epoca dei fatti presentava oggettive carenze, molteplici e gravi, tali da tradursi” in palesi violazioni delle prescrizioni a riguardo.

E il responsabile delle “carenze organizzative, di personale e logistiche” è Mazzacurati per il giudice, perché “ha violato i doveri inerenti alla propria posizione di garanzia”. In seguito all’incidente fu avviata da Hera una pesante riorganizzazione del Pronto intervento, che fu potenziato di uomini e mezzi. Infine, il giudice ravvisa anche un nesso con la rottura delle tubature che si verificò nella notte tra il 28 e il 29 gennaio del 2000, episodio per cui sono stati condannati Melossi, Albertini e Raggi i quali sottovalutarono l’evento e presero in prima persona o avallarono “negligentemente” decisioni di altri. In quell’occasione non solo non si approfondì la causa della rottura (atteggiamento che “non si può in alcun modo giustificare”), ma fu anche deteriorata l”integrità dell”impianto a causa della abnormità della riparazione eseguita”. Da quest”ultimo elemento deriva la responsabilità penale di Santini che, scrive il giudice, in forza del contratto di subappalto e del capitolato, era tenuto, in qualità di imprenditore specializzato, a vigilare affinché i saldatori alle proprie dipendenze eseguissero tutte le saldature a regola d’arte (Dire).

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