“Siamo tutti migranti: scioperiamo per i nostri diritti”

Il primo marzo scioperano i migranti, nelle forme possibili date le condizioni improbe, se non vergognose, di lavoro e cittadinanza cui vengono sottoposti. Dal punto di vista dei diritti civili la situazione dello straniero, specie se non comunitario, può tranquillamente essere definita di vessazioni continue e reiterate, in molti casi al limite della violazione dei diritti umani.
Alcuni mesi fa un gruppo di migranti salì su una gru, dove rimase per molti giorni tra pioggia vento e neve in quel di Brescia, mentre alcuni loro compagni facevano lo stesso su una torre a Milano: protestavano per i loro diritti, protestavano in modo drammatico contro le prepotenze subite ogni giorno, per paradosso esercitate contro di loro in nome della legge. Se guardiamo alle leggi promulgate c’è da arrossire.
In nessun altro paese a mia conoscenza, certamente in nessun altro paese della UE, esiste una legge che trasforma in reato penale la permanenza di un individuo sul territorio nazionale, nel caso sia sprovvisto di permesso di soggiorno. Ovvero chi non ha commesso alcun reato, furto o omicidio o spaccio di droga o sfruttamento della prostituzione, magari minorile, se è privo del documento richiesto dalle pubblica autorità, diventa perciò stesso, un criminale. Passibile di condanna penale con detenzione in carcere, ammenda ecc..

E’ il classico caso in cui una condizione o sociale o religiosa o esistenziale viene trasformata in condizione criminale, non perché delinqui ma perché sei, in questo caso: perché sei clandestino, dizione impropria, per la precisione essendo sans papiers, senza documenti. La Lega di Bossi, Maroni, Calderoli è stato il motore di questa legge ben più che razzista, in senso proprio simil nazista. E’ infatti il nazismo che crea il criminale per nascita o religione o ideologia o preferenza sessuale, l’ebreo, ma anche il comunista, ma anche lo zingaro, ma anche l’omosessuale, carne da macello per i campi di concentramento prima, di sterminio poi.

Tutti questi esseri umani sono colpevoli per il solo fatto che esistono, come il sans papier. E che dire dell’obbligo più o meno esplicito di denuncia per i senza documenti, le persone senza il permesso di soggiorno, se si presentano in ospedale o in ambulatorio, talchè per esempio una malattia come la tbc, la tubercolosi che affligge spesso i poveri e molti migranti capita siano i più poveri tra i poveri, in molti casi non viene diagnosticata tantomeno curata, con grave rischio per la salute pubblica, perché i soggetti a rischio o già ammalati hanno paura di rivolgersi alle autorità sanitarie e di prevenzione. Producendo così una tripla lacerazione nella convivenza civile, quella tra gli esseri umani che possono essere curati e quelli che invece rischiano di essere denunciati, quella tra i medici che denunciano e i medici che si rifiutano, infine tra i medici e i cittadini/pazienti, se i medici diventano spie allora che fiducia si può avere in loro?

Inoltre a differenza per esempio della Francia, da noi non vige il diritto del suolo, per cui qualunque bambino nato sul suolo francese è ipso facto di nazionalità francese, oggi con il governo di destra al diciottesimo anno d’età dovendo confermare questa sua volontà, ma vige il diritto del sangue: devi avere i genitori italiani per acquisire il diritto di essere italiano. Da cui moltissimi giovani nati in Italia, figli di immigrati stranieri, ancora si arrabattano tra una discriminazione e l’altra per ottenere il giusto diritto di cittadinanza.

A tutti i razzisti, qualunque veste indossino, anche la più subdola o insospettabile, le attuali insurrezioni e rivolte che investono Africa del Nord, Medio Oriente, paesi arabi ecc.. dovrebbero aprire gli occhi. Ma di più: tutti i cittadini dovrebbero chiedersi quali sono i rischi, le tristezze, le ingiustizie per tutti in una società che fosse costellata di recinzioni e violazioni dei diritti. E’ un risultato acquisito di ogni filosofia politica democratica e/o liberale che la violazione della libertà e dei diritti propri a un solo cittadino, si riverbera sulla liberta e sui diritti di tutti, svilendoli e diminuendoli; se poi l’uno diventano molti libertà e diritti possono venire annichiliti. L’unica via per la convivenza civile è la cittadinanza universale. Sul serio, altra via non c’è. La cittadinanza universale è il cuore dello sciopero del primo marzo dei migranti, cittadinanza che allarga anche i miei diritti e la mia libertà. Cittadinanza che va costruita in un processo largo e profondo di lotta e persuasione, un moto civile di rinascita e liberazione delle migliori energie creative e solidali, sapendo che molte difficoltà andranno affrontate a partire dalla reciproca tolleranza, e predisponendo strumenti duttili e tecnicamente efficaci, fuori da ogni retorica: la società democratica multietnica e multiculturale di cittadini eguali è una urgenza dell’oggi, non una utopia per il lontano domani.

Dunque lo sciopero, la forma di lotta per eccellenza del movimento operaio, per i diritti, così come gli operai di Mirafiori per i diritti hanno votato no al ricatto di Marchionne: vi prometto il lavoro e voi rinunciate ai vostri diritti, compreso quello di sciopero (un 50% di no effettivi in tali condizioni capestro vale una stragrande maggioranza in condizioni normali). Dunque lo sciopero dei migranti, mentre dalle fabbriche e dagli uffici sale sempre più decisa la richiesta di sciopero generale di tutti i lavoratori, immigrati e non, italiani e stranieri, donne e uomini. Perché i migranti sono cittadini che quasi sempre lavorano, e quindi anche i diritti sociali sono in gioco, sono materia della loro lotta. Ovvero il diritto di cittadinanza comprende anche la pensione, la sanità, la scuola, le condizioni materiali elementari per poterla esercitare.

Allora una volta di più ben venga lo sciopero dei migranti del primo marzo, perché è, volere o volare, il nostro sciopero.  Non uno dei tanti scioperi di categoria, ma suo modo uno sciopero generale per il diritto di cittadinanza. La nostra cittadinanza, la cittadinanza di tutti noi, eguali.

Bruno Giorgini

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