26 lug. – Sono i trattori invisibili di un’economia del sapere: quella dell’Università. Vessati, sottopagati, sfruttati, marginalizzati, i ricercatori sono in mobilitazione. Stanno per ricevere un colpo che, sostengono, potrebbe essere mortale. La riforma della figura del ricercatore “mette in esaurimento” il ruolo, ovvero impedisce la possibilità di carriera. Il ricercatore a tempo indeterminato sparisce per lasciar posto a una figura temporanea, che dovrebbe poi concorrere al reclutamento dei docenti. Innescando – dicono – una guerra tra poveri. La protesta scelta dai ricercatori è semplice ma può diventare estrema: si chiama sciopero della didattica. Le lezioni sarebbero portate avanti soltanto dai titolari delle cattedre, con il risultato che decine di corsi dovrebbero chiudere per mancanza dei docenti. La protesta è nazionale. A Bologna a settembre potrebbe aderire il 67% dei ricercatori. Il rettore Ivano Dionigi ha già tentato una mediazione, comprendendo che i risultati sarebbero devastanti e che sarebbe impossibile garantire i servizi basilari agli studenti. Se muoiono i ricercatori, muore l’università.
Ascolta Federico Condello, ricercatore all’università di Bologna e docente di Filologia classica federico_condello

