Bologna 26 feb. – Claudio Scajola e Gianni De Gennaro sono indagati nell’inchiesta bis sulla revoca della scorta a Marco Biagi, ucciso a Bologna dalle Br il 19 marzo 2002. Per i magistrati rimasero “del tutto inerti” nonostante la gravità della situazione di pericolo loro esposta a riguardo del giuslavorista e, dopo l’omicidio, Scajola cercò di distogliere l’attenzione da se stesso e dal capo della polizia sapendo che entrambi avevano omesso di diffondere le relazioni ricevute dai servizi di sicurezza.
Cooperazione colposa in omicidio colposo. E’ questo il reato contestato dalla Procura di Bologna. I due ne rispondono il primo in qualità di ministro dell’Interno e autorità nazionale di pubblica sicurezza dal 10 gennaio 2001, il secondo quale capo della Polizia e direttore centrale di pubblica sicurezza dal 26 maggio 2000, già vicecapo della Polizia e direttore centrale della Criminalpol dal 1994. Scajola e De Gennaro ne rispondono “in cooperazione tra loro e nell’esercizio delle rispettive funzioni”, recita il capo di imputazione, “per imprudenza e negligenza e in violazione degli articoli 1, 2, 5 e 24 della legge 121 del 1981 (ordinamento dell’amministrazione di pubblica sicurezza, ndr) e delle circolari ministeriali vigenti in materia di misure di protezione”.
ll caso, dopo un’archiviazione, era stato riaperto nella scorsa primavera dal Pm Antonello Gustapane che aveva ipotizzato il reato di omicidio per omissione dopo la trasmissione a Bologna di nuovi documenti, in particolare appunti dell’ex segretario del ministro, Luciano Zocchi.
Il reato è prescritto dal 2009, sette anni e mezzo dopo l’omicidio. Per questo nella richiesta della Procura di Bologna alla sezione distrettuale del tribunale dei ministri si chiede di interrogare i due indagati per sapere se intendano o meno rinunciare alla prescrizione. Se non vogliono rinunciare alla prescrizione, il tribunale archivierà; se rinunceranno, gli atti verranno rimandati alla Procura che a sua volta inoltrerà una richiesta di autorizzazione a procedere al senato. Questo accade in base all’articolo 96 della Costituzione, perché Scajola è un ex ministro mentre la posizione di De Gennaro verrebbe così legata a quella dell’ex ministro.
L’indagine sulla mancata scorta a Marco Biagi, a Scajola e De Gennaro sono contestate dal Procuratore di Bologna Roberto Alfonso e dal Pm Gustapane una serie di omissioni, a partire dal 3 ottobre 2001, quando fu presentato il ‘libro bianco’ sulle condizioni del lavoro in Italia. Per gli inquirenti “omettevano di adottare direttamente o di far adottare dagli organi a loro sottoposti in favore del prof. Biagi misure idonee a proteggerne l’incolumità dall’elevato rischio di subire attentati”.
Per esempio, per i magistrati Scajola, nel 2002 ministro dell’Interno, non fece nulla per proteggere Biagi nonostante le segnalazioni sull'”elevata esposizione del prof. Biagi al rischio di attentati, anche omicidiari” ricevute dagli allora ministro del Welfare Roberto Maroni e ministro della Funzione pubblica Franco Frattini e dal direttore generale di Confidustria Stefano Parisi. Sia Scajola che De Gennaro, secondo l’accusa, hanno omesso di considerare le analisi sull’eversione di matrice brigatista del Dipartimento di pubblica sicurezza “che paventavano azioni aggressivie anche omicidiarie da parte delle Br-PCC” e di altri gruppi e nemmeno considerarono le analisi sviluppate dal Sisde che preconizzavano azioni contro obiettivi simbolo.
“E’ stato fatto un lavoro preciso, puntuale e articolato da parte della Procura di Bologna”. Così l’avvocato Guido Magnisi, legale dei familiari di Marco Biagi, ha commentato l’esito dell’indagine sulla mancata scorta al giuslavorista assassinato nel 2002 a Bologna.
Se qualcuno ha sbagliato nel togliere la scorta a Marco Biagi “lo ha fatto per superficialità e certamente non per volontà”. Lo afferma Luciano Zocchi, l’ex segretario di Claudio Scajola nella cui abitazione furono trovati dei documenti che hanno consentito la riapertura dell’inchiesta a Bologna. “Confermo tutto quello che ho detto fino ad oggi – aggiunge Zocchi -. Tutto quello che sapevo l’ho raccontato ai magistrati che mi hanno ascoltato”.
Parla di “accusa sconcertante” l’ex ministro Scajola, che aggiunge: “Anche in questa occasione so di essermi comportato correttamente“.

