Bologna, 29 ott. – Sono vicende emblematiche, quelle dei testimoni di giustizia. Imprenditori e commercianti, soprattutto, che hanno deciso di raccontare le loro storie di vessazioni, di ricatti, di estorsioni agli investigatori e ai magistrati. Di denunciare gli “esattori” dei clan che li hanno spesso strangolati per anni con la richiesta di “tangenti” sulle proprie attività, con l’usura, con l’imposizione di manodopera o di forniture. Ma sono anche persone vicine alle famiglie mafiose, membri di quelle stesse famiglie che hanno scelto di rompere il silenzio preteso dalle cosche e assegnato loro dalla “tradizione”. E’ il caso delle sempre più numerose donne calabresi che hanno combattuto paura e pudore, raccogliendo disprezzo – e gli epiteti di “infami” o di “pazze” – ma reagito con la forza eversiva della parola, sfidando la ‘ndrangheta ma anche un mondo che tace. Alcune, come Lea Garofalo, hanno pagato con la vita questa scelta. Altre continuano oggi un percorso di resistenza e di liberazione dall’oppressione della cultura e dei disvalori delle organizzazioni mafiose.
Nella puntata di stamattina di AngoloB, le voci di due testimoni di giustizia, Luigi Leonardi e Ignazio Cutrò, che raccontano le motivazioni e le criticità della propria scelta di parlare e denunciare. Vicende emblematiche che, a fronte di una risposta personale di dignità, coraggio e responsabilità di fronte alla violenza mafiosa, denunciano anche le carenze e l’inefficienza delle istituzioni che dovrebbero invece accompagnare il loro percorso di testimonianza: insufficiente garanzia della sicurezza personale e delle proprie famiglie, impossibilità a continuare l’attività imprenditoriale. Eppure entrambi non hanno dubbi su questa loro scelta così difficile. Chiedono però di essere sostenuti nel confermare – anche per lanciare un messaggio positivo nelle regioni del centro-nord Italia dove la denuncia viene scoraggiata da un’omertà crescente – che si è trattato di una scelta conveniente.

