Che Santa Insolvenza appaia frequentemente in circoli radicali ed eterodossi è cosa nota. Che il suo verbo inizi a circolare anche tra gli opinion leader dell’economia ortodossa e a insinuare dubbi anche tra i sacerdoti che predicano il dogma liberista può sembrare strano, ma non deve sorprendere più di tanto.
Sgombriamo subito il campo da equivoci. Niente a che fare con motivazioni di geo-politica internazionale (il debito come strumento neo-colonialista di controllo economico da parte del Washington Consensus sulle periferie economiche, e che come tale va abbattuto) né con ragioni filosofiche (il debito come categoria recente dello sfruttamento economico nell’era in cui la rendita sostituisce il profitto e il debitore sta al creditore come il lavoro sta al capitale). Samir Amin e Toni Negri non sono diventate le nuove icone de The Economist, de Il Sole 24 Ore o, addirittura, del Financial Times.
Il pensiero economico mainstream è infatti molto più pragmatico ed è interessato ad evitare che il meccanismo di funzionamento del mercato si inceppi. E per ritrovare l’efficienza del mercato, lo strumento del default viene normalmente utilizzato molto più di quanto pensiamo (oltre che accettato e giustificato a livello teorico). Dopotutto le imprese falliscono o vanno in amministrazione controllata ogni giorno, con dure ripercussioni sulle diverse categorie di creditori (lavoratori, fornitori, obbligazionisti), e il fallimento è uno strumento giuridico fondamentale per il corretto funzionamento di un’economia di mercato proprio perché si prende cura e difende i creditori. E anche gli Stati “falliscono” molto più di quanto immaginiamo. Dal 1970 al 2010 sono stati contati circa 200 casi di revisione (dalle “semplici” rinegoziazioni di tassi e scadenze dei titoli, alle vere “ristrutturazioni” con taglio del valore reale) di debiti sovrani, che hanno interessato circa 70 paesi. La Grecia, quindi, non è un caso isolato.
Se c’è un insegnamento che la storia economica può dare è che infierire sul debitore non è mai la strategia migliore per il creditore. E sì, perché quando il debitore è sull’orlo del fallimento, anche il creditore deve prendersi le sue responsabilità (in termini di errata valutazione dell’investimento, di sottovalutazione del rischio, ecc.) ed è quindi cosa buona e giusta che partecipi alla spartizione dei costi. Ogni crisi debitoria si risolve quando il creditore accetta (o gli viene imposto) un certo “taglio dei capelli” (sì, nella letteratura economica si parla proprio di haircut). Il problema, quindi, non è se tagliare i capelli, ma quanto corti tagliarli.
E qui stanno i problemi del cosiddetto memorandum sulla Grecia. Invece di sedersi ad un tavolo e discutere pacatamente di come gestire una crisi dopotutto risibile per la dimensione dell’economia europea (l’economia greca vale circa il 2.5% del PIL dell’Unione Europea e circa il 3.5% del suo debito sovrano), l’inettitudine e la mancanza di visione strategica dei leader europei attuali ha pensato che fosse molto più importante inchiodare Atene alle sue responsabilità di paese pigro corrotto e inaffidabile e umiliarla con un piano di tagli violento e insostenibile e con un piano di ristrutturazione del debito insufficiente. Perché? Forse per un eccesso di etica calvinista, forse per una strenua difesa degli interessi dei creditori (prevalentemente istituzioni creditizie dei paesi Europei).
Alcuni numeri possono essere utili per spiegare perché il memorandum greco non tagli abbastanza i capelli ai creditori: innanzitutto, la ristrutturazione riguarda la parte di debito che, alla firma del memorandum era ancora in mano ai privati: poco più di 200 miliardi di Euro su un totale di 350 miliardi di debito pubblico (circa il 160% del PIL greco). I creditori privati hanno “accettato” di tagliare il loro credito di circa la metà, 90 miliardi. Nel frattempo, però, i tassi di interesse estremamente elevati con cui la Grecia ha dovuto rifinanziare il proprio debito, la recessione globale e quella innescata dalla politica di risanamento statale (condizione necessaria per la ristrutturazione e senza la quale il debito sarebbe salito a oltre 400 miliardi nel 2012) farà sì che il debito greco alla fine dell’anno sarà di 315 miliardi, con un taglio che alla fine risulta di circa il 21% e che lascia il debito ancora oltre il 150% del PIL greco. Siccome la sostenibilità relativa del debito dipende dalla differenza tra il tasso di interesse sui titoli e il tasso di crescita dell’economia, è facile calcolare che allo stato attuale il debito greco non è ancora stato messo in sicurezza (lo sarebbe con un rapporto debito / Pil inferiore al 100%). Quindi, i greci si stanno dissanguando per un piano che tra pochi mesi sarà già stato dichiarato insufficiente e che dovrà essere sostituito da qualcos’altro.
L’incapacità di ristrutturare in maniera sostanziale il debito greco ha avuto due effetti perversi. In Grecia, sta provocando un tremendo default sociale fatto di disoccupazione e fallimenti economici, scomparsa dello stato sociale, aumento della povertà e delle tossicodipendenze, ricomparsa di ideologie estreme. A livello globale, sta innescando una pericolosa catena di reazioni fatta di incertezza, messaggi contraddittori, politiche sbagliate e poi riviste, e poi sbagliate ancora. E gli investitori finanziari, già poco propensi ad occuparsi del bene comune, sono stati mandati nel panico, permettendo loro di scommettere prima sul contagio degli altri paesi deboli della periferia europea (Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia) poi, cosa addirittura impensabile fino a pochi mesi fa, sulla disgregazione dell’Euro, cioè della seconda valuta mondiale per importanza.
Nelle ultime settimane, finalmente, molti osservatori guidati più da un sano pragmatismo anglosassone che dalla lettura di Impero hanno capito che se il nostro vicino brucia il suo appartamento, l’atteggiamento migliore non è dire “ben gli sta, se l’è voluto lui” ma aiutarlo a spegnere l’incendio. E se non si vuole tirare in ballo la solidarietà umana e politica a coloro che sono concittadini europei, che si cerchi almeno di trovare un briciolo di razionalità che faccia dire “se non si spegne l’incendio brucia tutto il palazzo”.
In questo quadro di incertezza e di facilità con cui si possono innescare reazioni a catena con effetti devastanti, la leadership Europea dovrebbe accettare l’inevitabile, che è un piano fatto di due cose interconnesse: un piano di “riconciliazione europea” in cui si riconoscono gli errori fatti nel passato da parte di tutti e in cui il legame di solidarietà europea impone una redistribuzione dei costi tra debitori e creditori e la nascita degli Stati Uniti d’Europa, nei quali oltre all’accentramento della politica monetaria c’è finalmente l’armonizzazione dei sistemi fiscali nazionali e delle politiche di bilancio.
Per quanto riguarda il primo punto, è necessario un piano di ristrutturazione sostanziale dei debiti sovrani. Per evitare effetti di free-riding e di contenziosi tra paesi “virtuosi” e non, il piano potrebbe strutturarsi in tre step: 1) innanzitutto, il taglio del debito sovrano dovrebbe essere applicato a tutti i paesi in pari ammontare, ad esempio il 30% del valore del proprio debito; 2) i vecchi titoli di stato dovrebbero essere riconvertiti in nuovi titoli europei (i tanto evocati Eurobond) fino ad un ammontare pari al 60% del PIL dei singoli paesi; 3) i nuovi titoli di stato dovrebbero essere riemessi soltanto per l’eventuale quota eccedente il 60%. Per l’Italia, che attualmente ha un rapporto Debito / PIL del 120% questo piano significherebbe ridurre il rapporto all’84% (dopo il taglio del 30% del valore), facendo emettere dal Tesoro Europeo nuovi Eurobond in valore pari al 60% del PIL Italiano e lasciando che l’Italia abbia la responsabilità di emettere (e di estinguere nel medio periodo, ad esempio 2o anni) il rimanente 24%.
Un piano che andrebbe ovviamente pensato bene nei dettagli tecnici ma che a livello macroeconomico ha i numeri per funzionare. I creditori (tra cui, alla fine anche i singoli risparmiatori e possessori di Bond) perderebbero circa il 30% del proprio risparmio, un prezzo sicuramente importante ma che è marginale rispetto all’Armageddon che si potrebbe scatenare con la mancata risoluzione del problema del debito sovrano e con la potenziale disgregazione dell’area monetaria europea.
Paolo Figini

