30 set. – Ha rischiato l’espulsione per un equivoco nato dal doppio cognome, da nubile e da sposata. Una donna filippina di 35 anni, madre di un bambino di 4 anni e mezzo e impiegata in un agriturismo del bolognese, nell’aprile 2010 era finita anche in carcere per un giorno, in base alla legge Bossi-Fini, e colpita da un decreto di espulsione
Nel 2007 la donna aveva chiesto e ricevuto il nullaosta al lavoro per la sua regolarizzazione e con questi documenti chiese il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Ma nella primavera 2010 l’ufficio immigrazione gli comunicò che la sua domanda di permesso non era ammissibile e seduta stante l’arrestarono.
Per il nullaosta al lavoro sarebbero state date generalità diverse, sosteneva nel decreto la Questura e quindi, la donna, che nel frattempo aveva lavorato regolarmente pagando i contributi, andava espulsama. Secondo la difesa in realtà nel nullaosta c’erano semplicemente le generalità da sposata, fermi restando tutti gli altri dati, soprattutto le impronte digitali rilevate.
Stessa posizione per il Giudice di pace di Bologna che ha annullato il decreto.

