1 set. – Uno dei tre operatori socio-sanitari che hanno immobilizzato il ragazzo, poi morto per asfissia, a un certo punto si è seduto sul ragazzo. Lo dichiara Pietro Segata, presidente della Cooperativa Dolce, che gestisce la struttura per malati psichici a Casalecchio di Reno in cui, la sera del 27 agosto, è morto un ragazzo di vent’anni, immobilizzato dopo una crisi d’ira.
Secondo Segata, se l’operatore ha fatto pressione sul bacino e non sul torace, questo potrebbe non aver compromesso la respirazione. Per i Carabinieri, era seduto sulla parte bassa della schiena del ventenne, che era tenuto fermo pancia a terra per le braccia e per le gambe. E’ la ricostruzione fatta dai militari alla Procura di Bologna, che indaga per omicidio colposo i tre lavoratori della cooperativa.
Sulla procedura seguita dai tre operatori vuole fare una verifica anche l’Ausl. Lo ha fatto sapere con una nota la stessa azienda sanitaria, che ha già annunciato una propria indagine sul comportamento degli operatori di Casa Dolce, struttura accreditata dal Comune di Casalecchio di Reno.
Dagli elementi finora acquisiti dal pm Giampiero Nascimbeni, titolare del fascicolo, non risulterebbero ritardi significativi da parte dei paramedici del 118 nell’iniziare il tentativo di rianimazione del ragazzo. Avrebbero iniziato le manovre rianimatorie subito dopo il loro arrivo, mentre aspettavano l’auto medica.
Agli inquirenti rimane da ricostruire cosa sia successo nell’ora precedente al decesso. L’autopsia ha riscontrato come causa della morte una asfissia meccanica, con piccole emorragie sulla schiena. Si tratta di capire se l’asfissia sia stata provocata da una compressione del torace, ma il magistrato non sembra intenzionato ad aspettare l’esito degli approfondimenti tossicologici e istologici dell’autopsia per fare nuove audizioni.

