27 nov. – “Penso a un bambino di Salonicco che deve entrare in una scuola moderna, con i computer, penso ai servizi ospedalieri, penso al pendolare francese che potrà andare al lavoro in tram, risparmiando la benzina, migliorando la qualità dell’ambiente”. Ha lanciato così il suo Piano di investimenti europeo Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Ue. Un piano che dovrebbe mobilitare a livello comunitario 315 miliardi e che ha suscitato molte speranze anche in Emilia-Romagna. “Mi auguro che il piano Junker sia davvero da 300 miliardi”, ha detto ieri il neo presidente Stefano Bonaccini. Nella realtà di soldi veri l’Europa ce ne metterà pochi, solo 21 miliardi. Il resto sono speranze legate ad un effetto moltiplicatore tutto da verificare, a partire dal fatto che potenzialmente ogni euro pubblico potrebbe attirarne 15 da banche e privati.
“Una mezza lumaca cammina più forte”, ha commentato l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, che ha poi ricordato le ingenti risorse messe in campo dagli Usa e dalla Cina per uscire dalla crisi. “Gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi abbastanza in fretta perché il pubblico ha messo sul piatto 800 milliardi di dollari subito, ha salvato l’industria automobilistica e ha previsto sussidi alla ricerca”. Per Prodi il vantaggio competitivo degli Usa nei confronti dell’Europa è legato a due fattori: il basso costo dell’energia da un lato, le sovvenzioni alla ricerca dall’altro. “Questo sta riportando imprese negli States, e per noi Emiliani è un problema“. “Speriamo – ha concluso Prodi durante il suo intervento al congresso regionale di Legacoop Emilia-Romagna a Bologna – che la crisi porti anche il senso dell’urgenza in quelli che devono decidere. Il problema è grosso e per un problema grosso ci vuole un intervento grosso, proporzionato. Se l’Europa non esce dalla crisi non è per problemi strutturali, ma perché non fa la politica che altri hanno fatto per uscire dalla crisi. Un problema semplicemente politico”.
Sul piano Juncker abbiamo chiesto un parere a Paolo Manasse, professore di economia all’Università di Bologna. “C’è molto fumo e poco arrosto. Si tratta di un piano venduto in maniera altisonante, ma le cifre sono piccole”, spiega l’economista che ricorda come i soldi veri, garantiti dall’Unione europea, non superino i 20 miliardi. “L’idea che si riescano ad attivare investimenti privati per un volume 15 volte superiore alla somma stanziata mi pare quanto meno ottimistica. Non c’è nulla da dare per scontato anche se il Piano di Juncker è comunque un segnale politico importante. Ma questo è un discorso da tenere separato dall’efficacia economica del provvedimento”.
Nel dettaglio dei 21 miliardi promessi da Junker ce ne sono 8 virtuali, su cui però c’è un impegno. Dei restanti 16 2,7 verranno presi dal programma per la ricerca Horizon 2020, 3 dal programma Cef per finanziare le reti di trasporto, altri 2 arriveranno da futuri “margini di bilancio” previsto da qui al 2017. A partire da questo pacchetto di 21 miliardi la Bei, Banca europea per gli investimenti, emetterà obbligazioni per rastrellare 60 miliardi sul mercato dei fondi. A loro volta i 60 miliardi serviranno a finanziare progetti specifici scelti a livello europeo (si parla soprattutto di infrastrutture), sperando di attrarre investimenti privati per cinque volte il valore iniziale. Da 21 a 315 miliardi di euro per un effetto moltiplicatore previsto di 15.

