19 ago. – Ciò che è vietato da alcuni sindaci leghisti, a Bologna è permesso se non incoraggiato. Dopo lo “scandalo” a Verona, quando alcune madri hanno chiesto di espellere dalla piscina una donna che indossava un burkini (cioè un costume che copre gambe e braccia, neologismo che fonde le parole burka e bikini), e dopo che il sindaco di Varallo Sesia (Vercelli) ha deciso di multare con 500 euro le persone che decidessero di entrare in acqua, anche nel fiume, con il costume integrale, si scopre che nel capoluogo emiliano anziché ostacolare le musulmane che vogliono nuotare seguendo i precetti della loro fede, si cerca di trovare una soluzione. Monica Crosetti, la responsabile relazioni esterne della So.Ge.Se, la società che gestisce il maggior numero di impianti a Bologna e provincia, racconta che “diverse ragazze straniere hanno chiesto dei costumi da bagno che coprissero completamente braccia e gambe”. Per aiutarle, la società ha chiesto ad un’azienda di realizzare dei pantaloni di lycra da vendere assieme ai costumi con le maniche, modello che già si trova in molti negozi di articoli sportivi e presso le stesse piscine. La tolleranza unita al business. Il vero problema dei gestori emiliani, spiega Crosetti, è che siano rispettate le norme igieniche. Vietato non è il burkini, insomma, quanto entrare in acqua con gli stessi boxer con cui ci si siede in autobus o su una panchina. La piscina ha anche ricevuto la richiesta di riservare orari di nuoto libero a sole donne. Ma le richieste sono poche, dunque non se ne farà nulla. Se il mercato cambierà, chissà…
