Perché il Sud è rimasto indietro

perché il sud è rimasto indietro - intervista a emanuele feliceBologna, 20 gen. – Piano Marshall, trasmissione di economia di Radio Città del Capo, ha intervistato Emanuele Felice, professore di storia economica all’Università autonoma di Barcellona e autore del volume “Perché il Sud è rimasto indietro” (Il Mulino). Un libro che, dati alla mano, tenta di spiegare il divario tra il nord e il sud Italia.

“Il Sud – scrive Felice – ha gli stessi sogni consumistici del Nord, senza avere lo stesso reddito. E senza avere gli stessi anticorpi: che sono fatti di istruzione e cultura, di scuole di livello e biblioteche vissute, di reti civiche e beni pubblici animati dal basso; e ancora: legalità, servizi sociali che funzionino, cultura del merito piuttosto che della raccomandazione, capitale sociale che premi l’innovazione anziché il conformismo”. Felice racconta, tenendo in considerazione vari indicatori economici ma non solo (ad esempio il tasso di istruzione combinato con i risultati dei test Ocse Pisa) il divario tra nord e sud Italia a partire da metà 800. Un modo per smentire le tesi “neoborboniche” rappresentate tra gli altri da Pino Aprile, che col suo libro “Terroni” ha raccontato di un prospero sud devastato nel suo tessuto imprenditoriale dall’occupazione piemontese. “Le tesi di Aprile sono un mito che piace a molti, ma non sostenute dai dati. I trasporti ferroviari, indispensabile all’epoca, erano pressoché nulli nel Regno delle Due Sicilie. Certo c’era la Napoli-Portici ma serviva ai Borboni per spostarsi nella loro residenza estiva. Un altro indicatore da considerare è il tasso di alfabetizzazione: l’87% dei meridionali ai tempi dell’Unità d’Italia non sapeva né leggere né scrivere, una percentuale simile solo a quella della Russia zarista. La percentuale al nord era invece del 45%, in linea con i paesi industrializzati dell’epoca”.

Dunque perché il Sud è “rimasto indietro”? Colpa delle classi dirigenti, spiega l’autore, incapaci di proporre politiche economicamente e socialmente inclusive, e invece dedide alla cosiddetta “estrazione” delle risorse della popolazione e dal territorio, cioè alla creazione di rendite destinate solo a una minoranza di privilegiati. “Quel che di convergenza [tra nord e sud, ndr] vi è stato lo si deve alla modernizzazione passiva cioè a un intervento esterno rispetto al contesto meridionale, condotto soprattutto dallo stato italiano e a cui classe dirigente e società locali hanno cercato in qualche modo di adattarsi”. Semplificando la tesi di Felice è questa: le classi dirigenti meridionali non hanno accompagnato attivamente i massicci interventi che nel corso degli ultimi 150 anni hanno tentato di far sviluppare l’economia del sud Italia.  Perché un comportamento così differente rispetto a quanto avvenuto nel nord Italia? “Nel sud c’era una diseguaglianza più alta, e questo ha fatto sì che convenisse meno includere i ceti più popolari invece che escluderli, come infatti è avvenuto. Nel centro nord invece le cose erano differenti, e questo ha fatto sviluppare tutto l’ambiente in maniera più competitiva. Dopo tutto mafia e camorra emergono anche perché borghesia e ceto medio erano deboli”.

“La convergenza quindi il riavvicinamento in termini economici degli anni cinquanta e sessanta tra nord e sud è dovuta alla Cassa per il mezzogiorno – si legge in “Perché il Sud è rimasto indietro” – A partire dal 1957, attraverso prestiti agevolati e contributi a fondo perduto l’intervento straordinario finanziò soprattutto i settori pesanti (chimica, siderurgia, meccanica avanzata), le famose cattedrali nel deserto”. Ma il problema, leggendo il suo libro di Felice, non sarebbero state le cattedrali quanto il deserto. “Non è sorto un adeguato indotto di piccole e medie imprese”, scrive l’autore. E ancora, parlando del Programma di sviluppo per il Mezzogiorno (2000-2006), Felice scrive: “È l’ultimo sussulto della politica meridionalistica. L’idea era che l’azione dello stato − ora bottom-up, anziché top-down − dovesse volgersi a favorire l’imprenditorialità locale: doveva contribuire a individuare e a promuovere le dinamiche di crescita che si manifestavano nelle regioni del Mezzogiorno, in accordo con le istituzioni locali, consentendo così alle forze produttive del Sud di emergere e di affermarsi. Ma quali erano e dove stavano queste forze produttive? Spesso non ce n’erano, a volte erano perfino espressione di organizzazioni criminali. Demandata in parte alle istituzioni locali, l’ultima stagione del meridionalismo si è risolta nuovamente in sprechi e inefficienze“.

“L’occasione storica per svilupparsi – dice Felice ai nostri microfoni – il sud ormai l’ha persa, e così l’Italia tutta. Il meridione poteva cambiare quando l’Italia cresceva molto, negli anni 50 e 60. Non è avvenuto perché sono state fatte politiche che hanno distribuito ricchezza con logiche clientelari. Oggi come oggi l’Italia ha un po’ i problemi del sud. Temo che l’esito probabile della questione meridionale sarà una perdita progressiva degli abitanti della regione”.

“La mia – conclude l’autore – non è una prospettiva leghista. Pensare che dire queste cose sia leghista è proprio il segno della sconfitta culturale che la sinistra ha avuto rispetto alla Lega Nord. E’ stata cioè abbandonata quella visione illuminista e marxista propria della sinistrache voleva modernizzare il sud. Il mio è un libro antileghista, che vuole riscattare il sud raccontando le cose come stanno e distinguendo tra oppressi e oppressori”.

Il grafico qui sotto è tratto dal volume “Perché il Sud è rimasto indietro”.
perché il sud è rimasto indietro - reddito

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In redazione sono arrivate molte mail con domande (e anche qualche critica) in merito alle tesi di “Perché il Sud è rimasto indietro”. Abbiamo chiesto al prof. Emanuele Felice di rispondere.

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