Bologna, 27 dic. – Il licenziamento formalmente non è ancora arrivato. Ma c’è chi lo dà ormai per scontato. I 35 dipedenti del Pastificio Corticella di Bologna, stabilimento che dal 1948 ha prodotto per oltre 60 anni la pasta con l’omonimo marchio, hanno visto esaurirsi il periodo di cassa integrazione. “Ora siamo in un limbo – spiega uno dei 35 – o ci richiamano al lavoro, ma sappiamo che non potrà succedere, oppure ci mandano una lettera di messa in mobilità, che però non abbiamo ancora ricevuto”. A giudicare dagli umori degli operai si tratta ormai solo di attendere una comunicazione che non potrà tardare molto. Il gruppo che ha rilevato il pastificio due anni fa, la svizzera Newlat, non ha infatti nessuna intenzione di impegnarsi ancora a Bologna, e c’è ormai chi teme che questa sia solo la punta di un iceberg destinato ad abbattersi anche sui i dipendenti del gruppo di stanza a Reggio Emilia.
Oggi tutti i lavoratori della NewLat, bolognesi compresi, si sono trovati in presidio di fronte allo stabilimento reggiano di via Kennedy. La volontà delle istituzioni di concedere altro tempo (e altri ammortizzatori sociali) c’è, e infatti sono pronti per tutti altri tre mesi di cassa integrazione. Ora la palla passa all’azienda, con la paura che il destino dei 35 bolognesi sia ormai segnato e slegato da quello dei loro colleghi di Reggio Emilia. Il prossimo e pare decisivo incontro tra le parti si terrà lunedì 30 dicembre.

Nel frattempo l’assessore alle attività produttive del Comune di Bologna, Matteo Lepore, ha chiesto all’azienda di scoprire le carte, “perché fine ad ora ci sentiamo presi in giro. Non sappiamo se il loro è un bluff o meno – spiega Lepore – Fatto sta che sul terreno del pastificio non potranno farci speculazioni immmobiliari“. Un’idea, rilancia provocatoriamente ma non troppo l’assessore, potrebbe essere quella di “donare lo stabilimento alla comunità cittadina”. Un modo per tentare la difficilissima strada che punta a salvaguardare occupazione e la vocazione industriale del pastificio. “E comunque – precisa Lepore – bisogna percorrere fino all’ultimo la via degli ammortizzatori sociali“.
Il presidio di Reggio Emilia nelle fotografie di Fabio Grazia.

