Pubblichiamo alcuni dei messaggi, sms e mail, di ricordo del 2 agosto 1980, che ci avete inviato durante la lunga diretta della commemorazione della strage alla Stazione.
Elena Simonini
Non si dimentica.
Mio papà era ferroviere in servizio dal deposito di Bologna Centrale, quel giorno era a casa in turno di riposo. Le telefonate preoccupate dei parenti squillavano in continuazione mentre noi in fretta e furia salivamo in macchina per andare in stazione perché c’era bisogno anche di mio padre.
Arrivati a Bologna ci dividemmo, io e mia mamma ferme sul ponte della stazione, in silenzio, atterrite, sotto, davanti ai nostri occhi una scena indescrivibile. C’era un caldo soffocante, un odore strano, e correvano veloci gli autobus vuoti, tutti piangevano.
Mirella Giordani
La centralinista corre nel corridoio e chiede dov’è il Presidente. Ha telefonato il collega dell’uffici informazioni della stazione: “La stazione è saltata per aria. Ti dico che la stazione non c’è più.” La Questura conferma che c’è stato uno scoppio. Altro non sanno.
Subito dopo la via Marconi comincia a riempirsi di auto che strombazzano, fazzoletti bianchi al finestrino, le autoambulanze corrono a sirene spiegate sotto il sole. Il caldo sonnolento di quel sabato d’agosto è diventato un inferno.
Dopo arriva il collega dell’ufficio informazioni, sano e salvo per fortuna. Non riesce a parlar. Piange. Le lacrime lasciano striscie bianche sulla sua faccia nera di polvere.
Tutti gli anni sono stata alla manifestazione. Quest’anno ne sono impedita da motivi di salute. Voglio comunque ricordare quegli orribili momenti. E’ ora che, dopo 33 anni, si faccia piena luce sulla strage.
Alberto Guidetti
“Il turno chiamato corta, e quello più estremo della cortissima, sono due turni molto adatti a chi -come il babbo- preferisce alzarsi presto, lavorare e staccare presto. Dice che ha la giornata libera anche se poi alle 10 di sera si addormenta e comunque alle 4 suona la sveglia. L’azienda, chiamata così senza mai davvero nominarla per nome, è uno di quei posti in cui lavorare è quasi un piacere, sicuramente è quasi un titolo, per gente che seduta sul seggiolino di guida, di titoli sicuramente non ne ha. Non si è mai visto in anni di carriera un avvocato attaccare il turno delle 4.30 e cominciare il giro uscendo dal deposito della Zucca, niente di male in questo, si finisce solo per somigliarsi di più dentro quelle divise che erano di un certo tono d’azzurro, di buona fattura, con uno stile invidiabile che lungo gli anni settanta ha vestito gli autisti del servizio di trasporti pubblici bolognese con mocassini e pantaloni a zampa, camicie impeccabili e -imprevedibili Gianni Rivera o George Harrison- lasciando libertà di barba, baffi e capelli.
Il babbo di storie sulla guida te ne potrebbe raccontare per giornate intere, per trentanni ha portato a spasso l’umanità più varia con il solo obiettivo di essere puntuale: “perché se sei puntuale, finisci il turno in orario”. E questa cosa me l’ha passata, sul lavoro ci si impegna per avere poi la libertà di godere tutto ciò che non è lavoro. A 33 anni era quasi uno dei più anziani, in termini di anni di servizio, essendo ormai al suo dodicesimo giro di pista. Entrato in un 1968 di grandi rivoluzioni, tra cui appunto il lavoro che l’accompagnerà fino alla pensione. L’azienda era una roba fresca, giovane, gli autisti avevano fatto un bel ricambio e non c’erano più quelli del tramway malgrado le rotaie di via Rizzoli ti ricordino un’urbanistica di tempi andati.
La Linea 30 tagliava bologna in direzione nord-sud, da San Michele in Bosco alla Bolognina, portava gli impiegati degli uffici del centro e gli operai della Casaralta, beh alla Casaralta. E non è un caso che la squadra di calcio del quartiere si chiamasse BOCA. Con il puntino tra BO e CA, lo leggi come il boca juniors ma sta semplicemente per Bolognina-Casaralta. Un giorno in via Marconi il babbo fa fermata, dalla porta anteriore si affaccia un tipo tutto di corsa che fa “questo va in stazione?”.
Il 2 agosto 1980 la linea 30 guidata dal babbo, come ogni giorno da anni prima e per anni poi, scendeva da via Marconi verso piazza dei Martiri, dritto in via Amendola e poi a destra, davanti alla stazione dei treni. Sembra distantissimo, ma se la fai a piedi in cinque minuti sei arrivato. Fa “è scoppiata una bomba”.
Il babbo è sempre stato uno di molte parole e buoni sentimenti ma dotato di una freddezza che in molti punti della mia vita ho scambiato per menefreghismo. Il 33enne alla guida degli undici metri con l’obiettivo giornaliero di staccare il turno in orario, andare a prendere mio fratello all’asilo e ritornare a casa da mia mamma, imbarcò quello che poi scoprì essere un giornalista dell’odiatissimo Resto del Carlino e portò il 30 lungo via Marconi, via Amendola, a destra verso la stazione dei treni.
A destra.
La stazione dei treni.
uno, due, tre, dieci, venti, cinquanta, settantasei alla prima conta. Ottantacinque al definitivo. Centinaia i feriti. Ma la linea 30, segnata alle 10.30 in transito per viale Pietramellara, guidata dal babbo non sospettava nulla del genere e con puntualità girò a destra. La stazione dei treni non era più una stazione dei treni, era una cosa, una roba, senza senso o forma, polvere e macerie, gente ferita e grida, le ambulanze, le prime. La polizia.
Una bomba in stazione il due di agosto, chi ci avrebbe mai pensato. Mambro e Fioravanti, la p2, lo stato. Sicuramente lo stato lo sa. Non lo sanno gli autisti degli autobus tra cui il babbo, non lo sanno gli autisti dei taxi, i dipendenti della ferrovia, i lavoratori della Cigar, chi passava per caso, chi andava via, tornava, aspettava nella sala d’aspetto della seconda classe. Non lo so io nato nel 1985. Non lo sai tu. Non lo sanno i vigili del fuoco, i medici e le persone che da persone qualunque sono diventate testa e braccia di soccorsi improvvisati. Non lo sa ancora nemmeno l’autobus 37 con Agide Melloni e 16 ore di servizio come soccorritore.
Le linee 30 e 37 passano ancora dalla stazione dei treni di bologna, fanno da anni quel percorso, quasi tutte le linee che passano per la stazione dei treni di bologna fanno ancora lo stesso percorso a pensarci bene. E in verità chiunque passi per la stazione dei treni di bologna, fa quel percorso.”
Federico Montanari
volevo mandarvi questa mia piccola testimonianza, che vuole unire cronaca e musica, (dunque ad “aperti per ferie”, e grazie Francesco Locane, per il tuo e vostro lavoro) sul due agosto, dato che ogni anno in occasione dell’anniversario mi ci ritrovo a ripensarci.
Nell’80 io, con alcuni amici, ero un giovane punk bolognese, con Riccardo Pedrini ,wuming e altri; avevo 17 anni, le prime rabbie e furie, le richieste al Comune per i posti in cui poter suonare ed esprimerci (di lì a poco, anche grazie a queste spinte, i primi centri sociali…).
C’erano stati i Clash in piazza…li avevamo visti (e addirittura “contestati” da punk anarchici!! povero Joe strummer!!, perché “venduti” alle major… ma non importa!)
Avevamo deciso, un classico!, di andare a Londra, di partire in treno;
trovammo i biglietti per il 3 agosto, non per il 2;
io il 2 mi stavo preparando, tutto contento, ero in casa di un altro amico in via Saffi e ho il ricordo delle sirene, delle corse della polizia e delle ambulanze, e del bus (quello vuoto, che si riempiva poi dei morti, con i teli bianchi ai finestrini) che passavano là sotto. E corremmo tutti là a vedere.
Noi ci siamo salvati. Anche se, partendo il giorno dopo, ho visto il cratere.
Dunque, mi vien da fare questo collegamento: io, partito il giorno dopo, alla stessa ora, e salvato, come tanti, dal caso. Ma, mentre scegli per la tua vita, per le energie della tua vita (anche con la musica), arriva qualcuno che la tua vita, la tua forza, te la vuole portare via.
E allora, forse, un legame c’è, magari anche solo simbolico, fra concerto dei Clash, nel bene e nel male, momento di ripresa e riconciliazione, dopo il ’77, con i giovani di una Bologna, e di una Europa, anche diversa, che esprimeva anche una libertà e una possibilità; e il due agosto ’80 e la bomba.

