Bologna, 9 set. – “Come da mesi prevedevamo, si è puntualmente verificato quello che il sindacato temeva in merito ai nidi in appalto alle cooperative sociali nei Comuni di Monzuno, Marzabotto e Gaggio Montano“, dove “siamo di fronte all’ennesimo calo drammatico di iscritti ai servizi all’infanzia”. A lanciare l’allarme è una nota diffusa dalla Camera del lavoro di Vergato e della Fp-Cgil di Bologna, che temono una “dismissione progressiva dei servizi all’infanzia” sull’Appennino bolognese.
Nel nido di Monzuno, gestito da Società Dolce, i bambini iscritti sono passati dai 20 dello scorso anno ai 13 attuali, passando da due a una sezione. A Gaggio, il sindacato riscontra “un calo di iscritti e una dismissione che va avanti ormai dal 2012”, perché “siamo passati da tre sezioni a una, con sette lavoratrici in cassa integrazione da più di un anno”. A Marzabotto, dove il nido è gestito dalla cooperativa sociale Open Group, “siamo di fronte a una contrazione di risorse che richiederà l’apertura di una cassa integrazione per tutte le lavoratrici coinvolte”. Si parla per il momento di due ore a settimana di possibile cassa integrazione.
Negli ultimi giorni, continua la nota della Cgil, “abbiamo fatto una serie di confronti con le lavoratrici dei nidi ed è emerso un quadro disastroso“, continua la nota. “Il timore diffuso è che nel giro di pochi anni questa situazione possa provocare la graduale chiusura di queste realtà, con le conseguenze sociali che possiamo immaginare”. Per le famiglie è “sempre più difficile” far fronte a tariffe “praticamente invariate negli ultimi anni”, spiega la Cgil, così si preferisce sempre di più affidare i figli a parenti o conoscenti “in cambio di un piccolo contributo economico”.
Questa situazione rappresenta “una perdita pratica pedagogica molto grande”, non soltanto per quanto riguarda il percorso di socializzazione ed educativo dei bambini “ma anche per le lavoratrici del territorio, che rischiano di perdere in via definitiva l’opportunità di un servizio che permetta loro di far convivere lavoro e cura della famiglia”. A tutto questo si aggiunge, ovviamente, il timore “per il futuro delle 20-30 lavoratrici impegnate in questi servizi: operatrici “difficilmente ricollocabili in altri servizi, che hanno fatto una scelta di vita e professionale- sottolinea il sindacato- e rischiano di trovarsi di fronte ad una assenza totale di prospettive”. E’ dunque necessario che “nel più breve tempo possibile, come abbiamo già detto in più sedi, questi Enti possano dotarsi di strumenti nuovi”, scrivono dalla Cgil: un’unica graduatoria per l’accesso ai servizi, gestita dall’Unione dei Comuni, “dando priorità assoluta al rispetto dei rapporti numerici nelle strutture, agli investimenti nei servizi all’infanzia, valutando da subito- si conclude la nota- la possibilità di tariffe estremamente agevolate per le famiglie in maggiore difficoltà economica” (fonte Dire).

