Neonato morto tra le baracche

3 gen. – Una giovane donna ha partorito ieri sera, tra le baracche di un campo alla periferia di Bologna, un feto di circa 6 mesi, trovato morto dai sanitari del 118 giunti sul posto. E’ accaduto in via Landi. La giovane donna, 22 anni, di origine romena, aveva un’emorragia ed è stata ricoverata in ospedale.

A recidere il cordone del feto sarebbe stato il marito della donna, 23enne, anche lui di origine romena. Secondo le ricostruzioni degli investigatori, l’uomo, subito dopo il parto, avrebbe avvolto il feto in un asciugamano e lo avrebbe abbandonato in terra al freddo e sotto la pioggia per almeno un’ora e mezza. Poi si sarebbe allontanato. Il 23enne è indagato per omissione di soccorso e omicidio colposo.

A chiamare i soccorsi sarebbe sta infatti un’altra abitante del campo di via Landi, e solo più tardi l’uomo avrebbe raggiunto la moglie in ospedale. Lì è stato sentito dai Carabinieri.

La giovane donna è ricoverata nel reparto di Ginecologia del Maggiore e le sue condizioni non sono gravi. E’ probabile che la donna, al sesto mese di gravidanza, dopo aver accusato forti dolori potrebbe aver avuto un aborto spontaneo.

Il luogo in cui è avvenuta questa tragedia della povertà e dell’esclusione è un lembo di terra stretto tra la tangenziale e la linea ferroviaria Porrettana, a pochi passi da via Caduti di Casteldebole.

Rivendite di materiale edile, orti ben curati, una carrozzeria e alcune, poche, case. E’ questa via Landi, Borgo Panigale, periferia ovest di Bologna. Lì, a pochi metri dalle auto che sfrecciano sulla tangenziale, si trova il terreno di un privato, un tempo utilizzato come parcheggio per camion, su cui ora ci sono una decina di alloggi di fortuna, tra vecchie e fatiscenti roulette e capanni, e cumuli di pietrisco e tanti rifiuti. E’ lì che la giovane, arrivata insieme al marito qualche giorno fa, ha partorito.

Non si tratta dell’area sgomberata all’inizio dello scorso anno. In quel caso, furono distrutte circa una quarantina di baracche e il terreno ripulito e arato, come ricorda l’assessore al Welfare Amelia Frascaroli.

Nell’accampamento vivono al momento una decina di persone, di origine rumena. Il via vai però dura da anni e i vicini parlano di decine, forse centinaia, di persone passate per via Landi. Per dormire in una stamberga pagano al proprietario del terreno affitti fino a 100 euro al mese. Sono badanti e lavoratori in nero, così si sono presentati a noi quando li abbiamo incontrati.

“Sono qui da metà dicembre” dice un 36 enne che per vivere fa il manovale edile. Per 8 ore di lavoro, rigorosamente in nero, il compenso è di 50 euro: non male quindi spendere solo due giornate di lavoro per un tetto sulla testa, dicono. “Il capo ha detto che mi vuole mettere in regola perché adesso ha paura dei controlli”. Andrei (il nome è di fantasia) vive nell’accampamento in una roulotte insieme alla moglie e al cognato: prima della crisi abitavano con i tre figli a Sasso Marconi, in un appartamento in cui pagavano l’affitto. Poi il fallimento dell’azienda per cui lavorava, anche lì in nero, e l’impossibilità di pagare. Da qui la scelta di mandare i bambini in Romania. Loro no, sono rimasti qui. “Sto costruendo una casa nel mio paese – dice gesticolando con le mani piene di calli – e spero di finire entro due anni e poi torno a casa”.

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