Mezzanotte, un album corposo contro i dischi fast food. Ghemon ad Afa

25 sett. – Ghemon questa sera è alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana 1 per presentare il suo nuovo lavoro Mezzanotte, un album difficile e decisamente scuro, capace di scavare a fondo nei sentimenti umani. Pubblicato lo scorso venerdì a tre anni di distanza dal decisamente più solare Orchidee, si tratta un disco nel quale il rapper si mette a nudo, parlando in maniera onesta e spietata della fine di una storia d’amore: un racconto in cui spesso fanno capolino attacchi di panico e depressione. In occasione di questa visita bolognese lo abbiamo intervistato ai microfoni di Afa per parlarci di questo lavoro “fisico, sudato e vero“.

Mezzanotte è un disco corposo, molto lungo, il che è abbastanza inusuale al giorno d’oggi.
Sì, è stato un processo molto lungo. Sentivo di dover andare avanti rispetto al disco precedente in quanto a scrittura e composizione, quindi mi sono preso un po’ di tempo per farlo. Avevo fatto un lungo giro per l’Italia in due anni di tour, dovevo processare le cose che avevo vissuto. Il disco è sicuramente corposo ma ne sono particolarmente contento perché effettivamente oggi i dischi (anche quelli che ascolto io) solitamente sono così veloci, come i social, come i fast food: sono un po’ una compilation di singoli. Questa volta ero più affezionato all’idea di creare un disco che fosse capace di essere più longevo, in grado ogni volta di raccontare qualcosa di nuovo.

Cosa è cambiato rispetto a Orchidee?
Ovviamente molto è cambiato, non solo perché è passato del tempo ma anche perché la mia vita – non solo nella musica – è in evoluzione. Effettivamente Orchidee è servito come piattaforma per poter sperimentare l’idea che il canto e il rap si potessero mischiare: il passare da suonare con un deejay a formare una band che suona questa black music – equidistante da rap, R&B, soul – è stato fondamentale per la formazione di una squadra solida che ha girato per due anni e che poi è andata in studio a scrivere e registrare questo disco. Il disco precedente è servito come laboratorio e ha creato un forte legame e una consapevolezza.

Tu non ti sei mai adattato a ciò che sta succedendo intorno a te, consolidando invece una personalità artistica molto precisa. Cosa ascolta Ghemon?
Gli ascolti sono variegati, tutti molto legati a tutto il mondo della black music americana: durante il giorno posso ascoltare trap, blues… Il mio orecchio è diventato oramai molto allenato e selettivo: se una cosa – seppur estremamente semplice o tamarra – ha quei due o tre elementi che prendono la mia curiosità, ha il ritmo giusto, è originale, io la ascolto. Che poi dopo io non mi sia messo a fare trap, seguendo un’ondata di questo periodo, è lo stesso concetto di non aver mai utilizzato l’autotune e aver provato a diventare un cantante sul serio: è solo la mia attitudine nei confronti di questa cosa, non voglio essere visto come uno vecchio che non si vuole piegare ai tempi. Io effettivamente ascolto tutto quello che viene da quell’universo: per me è come vedere un film. Puoi vedere un film comico e farti due risate, poi guardarti Fellini o Pasolini e renderti conto che hanno due pesi diversi. L’importante è saper dare pesi diversi alle cose che ascolti, altrimenti diventi chiuso. Io cerco di fare un miscuglio di tutto.

In questo momento chi salvi nella scena italiana?
Oddio… Ghemon! (Ride, ndr). No, guarda, ci sono dei colleghi che mi capita di ascoltare nel tempo libero: Brunori, i Selton, Diodato, amici che fanno musica in modo molto personale. Io cerco quello, cerco l’originalità: loro si distinguono.

Ascolta il resto dell’intervista a Ghemon a cura di Luca Jacoboni per Afa, il container estivo di Radio Città del Capo in onda tutte le sere dal Guasto Village.

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