Dieci anni fa il mio amico Beppe Ramina mi propose di scrivere un libro sui lavori “atipici”: nacque così “A Caccia di Orologi”, diciassette storie di lavoratori precari bolognesi che spaziavano un po’ in tutti i campi, dalla ricerca al giornalismo, dal post artigianato al mondo dello spettacolo, ma che già lasciava intravedere anche la precarizzazione dei cosiddetti lavori tradizionali: il maestro di scuola, l’impiegato, l’operaio. A dare il titolo al libro era la storia di una ricercatrice che lavorava per l’Istituto Beni Culturali e che doveva censire gli antichi orologi dei campanili delle chiese dell’Emilia-Romagna. Le davano 150.000 lire a orologio. Cos’è cambiato in dieci anni? Per i precari pochissimo: si sono affastellate decine di nuove figure, pure definizioni giuslavoristiche prive di una vera sostanza, perché l’idea base resta sempre quella: l’unico lavoro “vero”, da tutelare con quel che rimane del welfare, è il lavoro subordinato. Punto.
E’ cambiata molto invece la società e l’economia: è finita la fase del turbocapitalismo globalizzato e declina il capitalismo transnazionale: la crisi travolge il liberismo e riporta in auge Keynes. All’epoca della globalizzazione selvaggia a farla da padrone era l’esternalizzazione del lavoro e dell’impresa che via via andava scollegandosi dagli stati nazionali. Ora che la speculazione finanziaria ha fatto saltare il banco diventano nuovamente decisive le politiche economiche di Governo e si aprono nuovi scenari: bisogna passare da un sistema che tassa il lavoro e premia la speculazione finanziaria a un regime esattamente opposto.
Ma torniamo a Bologna e veniamo a noi: L’esclusione di precari e co.co.co dagli sgravi previsti per asili e mense comunali è l’ennesimo schiaffo in faccia a un pezzo di società che non riesce a emergere nè come classe, nè come lobby. Resta un’emergenza muta, malgestita da politici e sindacalisti ancora con la testa ferma al secolo scorso. Sarebbe importante invece che questa testa cambiasse alla svelta, visto che le politiche economiche possono mutare profondamente e si ipotizzano massicci interventi pubblici in economia: dalla nazionalizzazione delle imprese in crisi al sostegno del lavoro, con lo Stato che torna imprenditore.
Partendo dal provvedimento del Comune facciamo qualche esempio di schizofrenia italiana: un precario ancorchè co.co.co., è escluso da ogni forma di ammortizzatore sociale, in primis cassa integrazione e indennità di disoccupazione. Le timidissime aperture del Governo sono solo una goccia nel mare. Possiamo proseguire citando alcune delle tante angherie inutili che subiscono i precari: niente assegni familiari se il reddito della famiglia non è al 70% da lavoro dipendente. Ergo, se siete due partite iva o ritenute occasionali, oppure la vostra compagna o compagno lo è, niente assegno (un’elemosina, peraltro) per i figli.
Ancora, nessuno ha mai pensato a mettere ordine nella previdenza: che fine faranno i contributi sparpagliati dal povero precario tra gestione ordinaria e gestione separata, e tra i tanti istituti diversi in cui è sballottato nella sua vita “avventurosa”? Inps, Inpgi, Enpals, Inpdap: un bel calderone di vasi non comunicanti in cui vige il divieto di unificare i contributi da lavoro SUBORDINATO CON QUELLI DA COLLABORATORE: perché in Italia non c’è un politico o un sindacalista che si occupi di questo problema?
perché i liberisti se ne sbattono, mentre la sinistra ha sempre pensato che il precariato fosse un incidente di percorso da ricondurre al lavoro dipendente tradizionale, magari per legge (come si ostina a pensare l’estrema sinistra). E quindi i governi di ogni colore, col beneplacito dei sindacati, hanno subissato i precari di oneri contributivi senza dar loro nulla in cambio. Questa è una miscela micidiale per i precari, che possono trovar ascolto solo in qualche minoranza, mai in programmi di governo che portino a cambiamenti reali e decisivi.
Chiudo con una provocazione stimolante: bisogna smetterla di pensare ai precari solo come a degli sfigati in coda per un lavoro “regolare”, o peggio, fingere che facciano qualcos’altro: un “progetto”, “senza orario”, “senza vincolo di subordinazione”. Sono balle! Co.co.co., co.co.pro., piccole partite iva, collaborazioni occasionali o autoriali, fanno esattamente lo stesso lavoro degli altri, e hanno semmai più vincoli d’orario e di subordinazione occulta dei “subordinati” regolari. Bisogna quindi assumere una nuova prospettiva: esiste un vecchio lavoro subordinato normato nel secolo scorso accanto a un nuovo lavoro, diciamo di serie B, che ha bisogno urgentemente di misure concrete, citiamone almeno quattro, basilari:
1) Piena e assoluta parità di condizioni con i subordinati nell’accesso al welfare statale e comunale.
2) Riunificazione della propria storia contributiva in un fondo unico, a prescindere dal tipo di versamento o dall’istituto a cui si è versato.
3) Stessa indennità di cassa integrazione e disoccupazione che hanno i lavoratori subordinati delle aziende in crisi.
4) Estensione degli ammortizzatori sociali, in forma più ridotta e semplificata, anche alle piccole imprese, cooperative, onlus e alle imprese individuali.
Paolo Soglia

