Mafie. Bar di Bologna al centro dello spaccio. Arresti e denunce per 17


Bologna, 14 mag. – Si rifornivano di cocaina in Spagna e poi la vendevano a Bologna utilizzando un bar come base per lo spaccio. Ora dovranno rispondere di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione di materiale esplodente e armi, favoreggiamento personale e altri reati, aggravati dalle finalità mafiose. Si tratta di 17 persone, tutte di origine calabrese e da anni domiciliate a Bologna. Sotto le Due Torri avevano dato vita ad un collaudato business basato sullo spaccio di cocaina. Per due di loro, Roberto e Antonio Ammirato, è scattata anche la custodia cautelare in carcere. Il referente spagnolo dei bolognesi, il latitante Maurizio Ragno, era invece stato catturato ad Almeria a inizio 2012 e poi estradato in Italia. Ragno ha accumulato condanne per 35 anni ed era fuggito nel 2009 dalla detenzione domiciliare a Bologna.

La rete criminale di spacciatori bolognesi faceva capo a Roberto Ammirato, e per gli inquirenti è legata alla ‘ndrina di Rossano capeggiata da Nicola Acri, catturato da latitante a Bologna nel 2010. E’ proprio da quell’indagine che è nata l’operazione che ha portato alle denunce di oggi. “L’organizzazione di Ammirato – spiega il maggiore dei Ros di Bologna Elvio Sabino Labagnara – era al sicuro da ogni tradimento, visto che si tratta di persone praticamente tutte imparentate. Le prove che hanno fatto scattare denunce e misure cautelari sono arrivate dalle intercettazioni di una serie di cellulari già nel 2010 legati ad Acri”. Tutto comincia nel 2010, con la cattura a Bologna di  Acri, uno dei 100 latitanti più pericolosi al mondo, ricercato per omicidio e associazione mafiosa. Acri, classe ’79 e figlio di un maresciallo dei Carabinieri, è a capo della ”ndrina Acri-Morfo” di Rossano (Cosenza) e viene descritto come un killer spietato. Le indagini da quel momento, coordinate dalla Dda di Bologna e da quella di Catanzaro, non si sono fermate e hanno portato all’individuazione di una organizzazione criminale ben radicata sotto le Due Torri.

Oltre a Roberto e Antonio Ammirato è indagata Irene Corso, convivente di di Roberto, e Valentina Corso, convivente di Antonio. Poi c’è la figlia della Corso Carmela Micco e Sebastiano Corso, figlio di Valentina. Coinvolti anche Achiropita Ammirato, figlio di Roberto, e Mario Buontempo, suo genero. Poi il nipote di Ammirato, Giovanni Gallina e suo cognato Cristian Sifonetti. Tutto sotto le Due Torri ruotava intorno a una persona e a un negozio: Roberto Ammirato, 41 anni, detto zio Checco, che era a capo dell’organizzazione e che aveva aiutato Acri nella latitanza, e il Bar Moca, in piazzetta Musi, gestito dalla suocera di Ammirato, Carmela Micco, 56 anni, e dalla figlia, nonché compagna del capo, Irene Corso, di 40 anni, entrambi indagate. E’ da questo bar che si dipana l’organizzazione dello spaccio di droga, quasi esclusivamente cocaina, che vengono tenute le fila con gli stessi spacciatori, i quali trattano anche quantitativi ingenti: come i 100 grammi a settimana chiesti da un avvocato.

Ammirato è finito in carcere insieme al nipote, Antonio, 33 anni, considerato il suo braccio destro e uno dei pochi ammessi nella cerchia ristretta di Acri. Divieto di dimora, invece, per Sebastiano Corso (con una lunga ”carriera” di rapinatore alle spalle), 37 anni, cognato di ”zio Checco”. Ad inchiodare Ammirato, oltre alle intercettazioni e ai pedinamenti, anche le dichiarazioni di cinque collaboratori di giustizia. Nell’inchiesta anche il 24enne Mario Buontempo, genero del capo, che in un’intercettazione viene pesantemente sgridato dal suocero per aver spacciato partite di cocaina ”maneggiata” troppo e che al tempo stesso viene ”graziato” proprio perché è il fidanzato della figlia. Tra i beni sequestrati oggi, il bar, un negozio di articoli casalinghi in via Beroaldo, un appartamento a Bologna e uno a Santa Teresa di Gallura, auto, conti correnti e polizze assicurative. Il gip che ha emesso l”ordinanza, su richiesta del pm Enrico Cieri, e” Alberto Ziroldi.

Per Roberto Alfonso, procuratore capo di Bologna, c’è anche un legame con la criminalità slovacca. “C’è una relazione con ambienti slovacchi per il traffico di armi, le indagini sono ancora in corso”.

roberto alfonso

Roberto Alfonso, procuratore capo di Bologna

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