Lo Stato di delazione

Pronto sono Giovanni, volevo chiedere come posso fare a denunciare i miei vicini, secondo me sono clandestini…“: non è fantasia ma solo una delle tante richieste d’informazioni che arrivano in questi giorni a Radio Padania.

Nella Germania nazista lo Stato non si doveva certo sforzare troppo nel convincere i bravi cittadini ariani a denunciare il vicino ebreo o “mezzosangue”. Nei paesi del blocco sovietico poi la delazione era così innervata nel tessuto sociale che in quasi tutti i caseggiati e i condomini della nazione si trovavano informatori pronti a segnalare ogni pettegolezzo agli uomini con l’impermeabile di pelle. La DDR rappresentata nel film “Le vite degli altri” è un affresco emblematico di cosa volesse dire vivere in uno Stato di delazione.

L’Italia si avvia tristemente a ripercorrere queste miserie umane, a riprodurre lo stesso clima di indifferente malvagità. Mentre molti medici e presidi si rifiutano di applicare le odiose disposizioni previste dal decreto Sicurezza, tanti cittadini piccoli piccoli non aspettano altro che trasformarsi in grandi delatori. Lo Stato di delazione impone poi la propria aberrante procedura anche alle amministrazioni periferiche. Migliaia di persone sono costrette a nascondersi e a vivere perennemente sotto ricatto: quanti lavoratori in nero protesteranno? quante donne stuprate denunceranno? Quanti studenti abbandoneranno la scuola? Quanti ammalati si faranno curare? In uno Stato di delazione questo non è il problema: è l’obiettivo.

E così, a cascata, anche eventi di festa possono diventare un incubo: le liste degli stranieri che avevano fatto nei mesi scorsi le pubblicazioni per sposarsi diventano inconsapevolmente delle autodenunce che i Comuni sono obbligati a trasmettere alla magistratura. Forse troveranno giudici e poliziotti di buon cuore che faranno scivolare la lista in un cestino. O Forse no.

Paolo Soglia

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