24 feb. – L’economia sperimentale è quella scienza che arriva ad una conclusione come questa: “gli statunitensi sono più sensibili verso la meritocrazia rispetto agli italiani”. Non lo fa analizzando il discorso politico o mediatico, o con un generico questionario, ma attraverso asettici esperimenti di laboratorio in cui vengono “analizzate” le risposte (di solito si tratta di click a domande poste da un personal computer) di gruppi di persone scelte per la loro rappresentatività statistica. Una branca dell’economia, quella sperimentale, che ha man mano acquisito importanza, e che ora è riconosciuta anche dalla politica. In Gran Bretagna ad esempio ci sono specialisti in economia sperimentale all’interno dei ministeri.
Ne abbiamo parlato con Raimondello Orsini, professore associato di economia politica all’Università di Bologna. Orsini ci ha spiegato come funziona la sua disciplina e che ci ha raccontato di un’applicazione pratica dell’economia sperimentale (e di quella comportamentale): gli interventi di nudge, in italiano “spintarella gentile“, un modo aggraziato per definire le politiche pubbliche che, per come sono pensate, sono capaci di indirizzare le scelte dei cittadini. Ad esempio convincendoli a diventare donatori di organi. Un’altra evidenza sperimentale è quella delle gratificazioni sul posto di lavoro: in termini di produttività una cartolina di ringraziamento del capo ufficio può avere lo stesso effetto di un premio in denaro. Informazione che ad esempio può essere utile per i datori di lavoro. “Ovviamente c’è dibattito”, spiega il prof Orsini. E come sempre – ma qui si esce dal campo scientifico della disciplina – ognuno è libero di vedere il lato della medaglia che più lo attrae: c’è chi parla di manipolazione e chi pragmaticamente dice che è meglio conoscere certi meccanismi piuttosto che ignorarli.
“Gli esperimenti in laboratorio dell’economia sperimentale – spiega Orsini – si occupano di capire come si comportano le persone incentivandole con premi in denaro. E hanno dimostrato come la teoria economia classica sia fallace in alcune sua previsioni che presuppongono scelte assolutamente razionali e assolutamente egoistiche”. Insomma l’economia sperimentale inserisce complessità nelle teorie economiche classiche e prende in considerazione ad esempio l’influenza delle norme sociali (ma non solo) nella scelta degli individui. Tutto scontato allora? Dopo tutto, verrebbe da dire, sociologia e antropologia seguono la pista già dal 1800. Ricerche come quella di Eric J. Johnson e Daniel G. Goldstein dell’Università della Columbia dimostrano che la questione non è così semplice, e aiutano a comprendere l’utilità dell’economia sperimentale. I due ricercatori hanno mostrato come lasciare la scelta alle persone su alcune questioni (ad esempio se donare o meno gli organi in caso di morte) comporta un “costo cognitivo” e una difficoltà decisionale così forte da spingere molti a non scegliere per nulla, e ad abbassare così drasticamente il numero di potenziali donatori. Lasciando invece come scelta di default il ‘sì’ alla donazione e concedendo solo la possibilità di uscire dalla comunità di donatori (opt-out) la percentuale di donatori di organi invece rimane altissima. La prova arriva dai test sperimentali, ma la teoria di Johnson e Goldstein è sostenuta anche dai dati relativi ai vari paesi europei.
Il prof Orsini commenta così: “L’economia sperimentale aiuta nella creazione di politiche che tengano conto delle limitazioni cognitive e di razionalità degli individui, realizzando così interventi di tipo paternalistico libertario. In pratica si sfruttano le debolezze cognitive dei cittadini per indurli a comportarsi in maniera virtuosa e per il loro bene. Ma ovviamente c’è sempre la possibilità di lasciare spazio alle manipolazioni”.



