Dal 1 al 5 ottobre Lampedusa ospiterà il Festival Sabir. Siid e Nadia sono i nostri inviati. E questa è la prima puntata del loro racconto.
“Siamo arrivati, in aereo però. Vista dall’alto, Lampedusa è una lingua di terra e di roccia ben salda, ancorata in mezzo a un mare immenso.
Prima ricognizione. Incontriamo tanta voglia di normalità e di turismo, che è lavoro e incontro. “Ma dicono che ci sono i clandestini, poi l’ebola, perfino la sirena..” per questo forse quest’anno la stagione estiva è andata meno bene. Ma ora Lampedusa è piena di gente, viaggiatori che per ragioni varie hanno scelto di venire in settembre, e per il 3 Ottobre, sull’Isola bella. Africani, per ora, oltre a noi c’è qualche lavoratore, residente o stagionale, e gli artisti invitati al Lampedusainfestival. Tra questi, Dagmawi Yimer, regista, che è tornato a Lampedusa per presentare il suo film “Va’ pensiero – storie migranti” e che curerà la regia di una azione collettiva il 3 ottobre, in acqua, con dei drappi bianchi, per dare un corpo e restituire un nome ad ognuno dei morti del naufragio.
Siamo qui per questo, per la memoria.
Aspettiamo la Preside del Liceo per chiedere il permesso per gli studenti che parteciperanno al flash-mob. Quelli che oggi sono gli uffici della scuola, ancora circondati dal filo spinato, nel 2006 erano gli spazi dell’Aeronautica Militare utilizzati per prendere le impronte digitali alle persone appena sbarcate. Quando l’impiegata chiede chi siamo e impara che il ragazzo che ha davanti è sbarcato qui anni fa, con naturalezza e affetto gli chiede come sta, se ha studiato. Riceve risposte positive, che sintetizza bene così: “Ora sei un uomo libero”.
Poi chiama un collega della scuola, il signor Lillo, che ha in affido un ragazzino senegalese. “E’ un figlio per me e mia moglie, e un fratello per le mie figlie” , ci dice, ma non nasconde la fatica di aver dovuto scontrarsi per mesi con la burocrazia e le istituzioni, i tempi di attesa infiniti e le risposte spesso vaghe e incerte circa disponibilità di accogliere un ragazzo in famiglia.”
Nadia Yemane



