Nessuno nasce più a Lampedusa. Da almeno una generazione. Lo dice il “Maestro d’ascia”, costruttore di navi, le cui figlie hanno partorito a Palermo. Lo narra dal palco, in musica, Giacomo Sferlazzo raccontando dell’ostetrica inviata a Linosa e Lampedusa negli anni ’60 per tre mesi, e poi trattenuta per anni dagli abitanti riconoscenti e dalle autorità sanitarie, perché non c’era alternativa per aiutare le donne a partorire. Poi sono arrivati i ponti aerei e i trasferimenti programmati e d’urgenza a Palermo e a Roma soprattutto, conferma il dott. Aldo Di Piazza, medico del poliambulatorio. Qualche bambino è nato in elicottero, anche. Se lo Stato qui c’è, e ben visibile, con i corpi di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del fuoco, e la Capitaneria di porto, naturalmente, come mai per oltre 4000 residenti c’è solo un Pronto soccorso e guardia medica?
Alla domanda se davvero nessun bambino è più nato a Lampedusa in questi anni, il medico risponde: “A pensarci bene si, un eritreo e un somalo.”
In Eritrea invece nascono tanti bambini. I ragazzi che conosciamo noi hanno tutti 5, 6, anche 11 fratell i e sorelle, spesso sparsi in diversi continenti. Per raccontare questa diaspora la troupe di ethnosfilm (www.ethnosfilm.tv) in questi giorni sta girando una tappa di “YEAKEL” film-documentario patrocinato dal Comune di Lampedusa e coprodotto da una società svedese, con riprese in Italia, Uganda, Canada, Svezia e Israele.
Un interprete ci racconta che quando ha chiesto a una richiedente asilo che ha 7 sorelle e fratelli, per quale motivo ha deciso di lasciare il suo paese, la donna ha risposto “in Eritrea i genitori fanno i figli, ma questi diventano schiavi del governo, non hanno possibilità di scelta, sono costretti a diventare militari prima di diventare maggiorenni. Io sono uscita per avere dei figli che non siano schiavi, e godermi la vita con loro”.
Siid e Nadia



