Laibach: “Perché le cose cambino bisogna crederci”

© Ulf Jacob, 09.12.2014, Wiesbaden, Schlachthof

© Ulf Jacob, 09.12.2014, Wiesbaden, Schlachthof

12 dic. – Si sono formati immediatamente dopo la morte di Tito, in una piccola città della Slovenia: da oiù di trent’anni i Laibach portano avanti un discorso politico, musicale e, in genere, artistico. Dischi, live, ma anche costituzioni di Stati e fondazioni di partiti, come lo Spectre, che è anche il titolo dell’album che la band sta portando in tour in Europa. In occasione della data di venerdì scorso al TPO abbiamo ospitato a Maps uno dei membri del collettivo, Ivan Novak.

Con il nostro ospite non abbiamo parlato solo del live, ma di prassi politica, culturale e artistica, come ci si aspetta dal gruppo legato alle avanguardie europee sin dai suoi primi passi. “Con Spectre si parla della possibilità di creare un movimento politico internazionale che sia coinvolto attivamente nella battaglia contro il capitalismo neoliberale”: un partito vero, insomma, e ai live i Laibach ne vendono anche la tessera associativa. Serietà e ironia (di solito nerissima) si mescolano nel pensiero e nella pratica degli sloveni, che usano i generi del pop come strumenti, in maniera non dissimile a quello che ha fatto in ambito cinematografico Stanley Kubrick. “Questa è la qualità più importante nel suo lavoro, quella che apprezziamo di più”, ci ha detto Novak la scorsa settimana.

Abbiamo approfondito anche il rapporto tra la band e il loro Paese d’origine, che i Laibach hanno visto spezzarsi e incendiarsi negli anni ’90. Ma sin dalla fondazione della band, la Yugoslavia è stato sempre un ambiente stimolante ed energetico, da ogni punto di vista. In conclusione abbiamo chiesto a Ivan che cosa fare perché le cose cambino. La sua risposta è stata semplice e lapidaria: “Crederci“.

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