La trappola delle passioni del lavoro cognitivo

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Bologna, 7 nov. – Essere pronti ad accettare condizioni di lavoro umilianti, una retribuzione insufficiente, lavoro precario e con pochi diritti per tentare di seguire le proprie passioni, sviluppare i propri talenti e la propria indole. E quasi sempre senza la consapevolezza di essere sfruttati.  Queste le caratteristiche dei quasi mille lavoratori e lavoratrici cognitivi che hanno compilato il questionario online dell’Ires.

Si chiama Elaborazione, ed è il progetto di ricerca degli Ires (l’Istituto Ricerche Economiche Sociali della Cgil) di Toscana, Veneto ed Emilia-Romagna. Un progetto che indaga sulla condizione del lavoro cognitivo.
Per lavoro cognitivo si intende quello prevalentemente intellettuale, spesso nei campi della ricerca, dell’informazione, della cultura, della comunicazione e dell’informatica.  Ma gli stessi ricercatori non si sono fossilizzati su una definizione: “la nostra ricerca non parte da una definizione precostituita di lavoro cognitivo, piuttosto l’abbiamo costruita insieme a chi ha compilato il questionario”, spiega Daniele Dieci dell’Ires Emilia Romagna.

Due le fasi e le metodologie dell’indagine lanciata questo luglio a Firenze e condotta contemporaneamente nelle tre regioni negli ultimi mesi. Una prima serie di lunghe interviste faccia a faccia con più di 80 lavoratori e lavoratrici cognitivi tramite la quale si è realizzato il questionario, disponibile solo online e diffuso sui social media come Twitter e Facebook. Per la seconda fase, quella della diffusione, gli organizzatori si sono posti l’obiettivo di raccogliere più di mille questionari, cifra a cui sono già vicini.

I dati emersi danno già un quadro molto chiaro: l’81% degli intervistati ha meno di 40 anni e uno su due ha una laurea, un master o un dottorato di ricerca. Spesso senza un riconoscimento lavorativo adeguato al proprio livello d’istruzione. “Il ruolo della conoscenza è svilito nel mercato del lavoro, per di più in un paese a bassi tassi di formazione e istruzione”, dice Vando Borghi, docente UniBo. E questo è solo uno dei problemi delle realtà del lavoro cognitivo, che il coordinatore della ricerca UniBo Federico Chicchi definisce “eterogenea, striata, dinamica, ibrida e difficilmente profilabile”.
Ciò che unisce tutte queste diverse realtà è purtroppo il mancato riconoscimento sociale, la confusione fra vita e lavoro, e soprattutto la trappola delle passioni.

Federico Chicchi ci racconta le finalità dell’indagine e la trappola delle passioni.

Daniele Dieci ci spiega in che modo è stata condotta la ricerca e i primi risultati.

 

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