La strage e il ricordo


Bolognesi sbaglia, ma al tempo stesso ha ragione.
Sbaglia in maniera netta quando antepone il (legittimo) protagonismo del ricordo da parte dei familiari delle vittime al bisogno dell’intera collettività di farsi parte integrante di quella memoria. Di esserne compresi. Quanto ci sia di rivendicazione orgogliosa di un ruolo e quanto di umano egocentrismo non sta a me dirlo.

Tuttavia, questa ricerca spasmodica di nuove forme di ricordo del 2 agosto può diventare fuorviante: giusto il tentativo di pensare a forme di recupero di una memoria delle stragi che deve essere storicizzata e attualizzata, uscendo dall’eterno presente di una cerimonia che sembra fatta per avere delle risposte qui ed ora, risposte su una verità che sembra dover venir fuori da un cassetto da un momento all’altro.
Il rischio è quello di restare incagliati in un eterno presente, nel quale gli occultatori, i depistatori e gli stragisti sono sempre lì, in effige, attraverso le figure dei conniventi dello Stato parallelo che si alternano dal palco.


Non è così: Il ministro Rotondi, decenni dopo i fatti, o anche il mellifluo Bondi, non sono i Cossiga e gli Andreotti di trent’anni fa. Le stesse domande ripetute dal palco anno dopo anno rischiano di imbalsamare tutto in una sorta di commedia dell’assurdo, con una parte dei protagonisti sempre eguali a se’ stessi (le Vittime) e una controparte (il Potere) sempre inossidabilmente indifendibile, eppur nuovo e diverso nei suoi ruoli e responsabilità.
Dunque c’è la necessità di un riequilibrio e di un percorso diverso, che riesca a scindere quella che è l’attualità che ancora ci insegue (inchieste bis, tris, etc etc) dalla rievocazione che contribuisce a sedimentare una memoria storica.

Ma qui viene il tema che tanto preme a Bolognesi: volenti o nolenti quel corteo che parte dalla Piazza Maggiore e raggiunge la stazione è una manifestazione di memoria partecipata viva e preziosa: quelle migliaia di persone che accorrono anno dopo anno alla manifestazione, che marciano compatti e stazionano in piazzale Medaglie D’Oro, che stanno ritti silenti e solenni, oppure con gli occhi inumiditi dal ricordo, o che pieni di una rabbia nuova da sfogare contro le effigi del potere (sempre tristo e immutabile) fischiano e irridono il ministro di turno, ebbene, sono un patrimonio irrinuciabile.

Tutto questo é un valore in sè, è una memoria vivente, è un rito ormai storicizzato che ci appartiene, che appartiene alla città, ai bolognesi.
Altro che muro grigio e silenzioso, destinato col passar degli anni a diventare nel migliore dei casi una lapide gigante, ignorata dai più, e nel peggiore un orinatoio per canidi e umani inselvatichiti.

La memoria non è un monumento di marmo, è un insieme di particelle, di materie grigie, che passa di testa in testa e di bocca in bocca. Non c’è città al mondo che ancora si ritrovi a distanza di trent’anni – in pieno periodo di ferie – a ricordare con una manifestazione di popolo i propri morti. Ci sono lapidi, o al massimo corazzieri e corone di fiori. Noi abbiamo ancora una partecipazione corale, prima di distruggerla pensiamoci bene.

Paolo Soglia

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