La proprietà è di nuovo un furto?

La crisi, la crisi. Non si parla d’altro: è appena cominciata e già consolidati assiomi, che sembravano assomigliare più a leggi metafisiche che non a mere convenzioni umane, vengono messi in discussione.
Prendiamo i manager. In Francia vengono “cortesemente invitati a discutere” le loro politiche di ristrutturazione dai lavoratori licenziati. Di fatto sono sequestri di persona, ma polizia e governo francese non ci vanno giù pesante e chiudono un occhio. I manager italici se la passano un po’ meglio, per il momento, anche se la forbice tra i loro guadagni principeschi e i salari di operai e impiegati comincia a dare nell’occhio. Lo stipendio del signor Tugnoli Gianni, il manager bolognese di Datalogic, risulta il più alto d’Italia: 8.200.000 euro l’anno, pari circa al salario di 400 operai. Non male.

I manager non si fanno mancare niente, ma in realtà, come ci ricordava con un bell’editoriale sul Manifesto nei giorni scorsi Valentino Parlato, non sono che attori di un gioco di prestigio: la scomparsa della proprietà. I manager pluripagati e pluripremiati, come i fattori dei latifondi nel XIX secolo, amministrano per conto terzi, attingendo a piene mani la ricchezza prodotta dalle multinazionali, ma lo fanno per nome e per conto di una proprietà che ormai è diventata invisibile.

La proprietà, quella vera, si nasconde e si parcellizza negli azionariati delle City, impalpabile, irraggiungibile. Non c’è più il padrone delle ferriere da invidiare, ed eventualmente da assaltare: i padroni da anni sono scomparsi dietro una cortina fumogena. Una cortina che si va però diradando per effetto della crisi. E allora è naturale che oltre al ribellismo ritornino in auge dibattiti dimenticati come quello, ad esempio, sul “diritto di proprietà”. Non solo di quella intellettuale, che è un tema molto dibattuto a causa dell’incalzante innovazione provocata da internet sulle modalità di diffusione e consumo delle produzioni audio e audiovisive.

No, parliamo proprio dell’antico e mai risolto dibattito sul “diritto di proprietà“, sulla sua natura e i suoi confini: la proprietà è un “diritto naturale” della persona umana, oppure una convenzione arbitraria, regolata il più delle volte dalla sopraffazione e sottomessa alla legge del più forte? Ancora più interessante è chiedersi quali sono i limiti da porre al “diritto di proprietà”. Posto che si convenga sul fatto che si possono possedere dei beni, è indubbio che ci sia differenza sia nella natura del bene che nella quantità: è equivalente possedere un terreno o un fiume? Una casa o un continente?

E l’aria è un bene pubblico o è privatizzabile? E lo spettro elettromagnetico? In teoria quest’ultimo è pubblico, ma può essere dato in concessione ai privati. Nei fatti in Italia è stato già privatizzato in via ufficiosa e Berlusconi ne detiene la quota di maggioranza assoluta. Anche molte zone del territorio e della pubblica amministrazione del nostro paese sono state “privatizzate“, in forma violenta, dalle principali organizzazioni criminali che detengono il controllo del territorio. A ben vedere, dunque, il problema aperto dal vecchio Carlo è più che mai attuale: semplicemente era scomparso dal “dibattito”, un po’ come le proprietà delle holding.
E’ più che mai urgente riprendere in mano la questione…

Paolo Soglia

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