Gentile Preside,
rispondo in ritardo alla Sua lettera richiedente la mia disponibilità didattica per il corso di Laboratorio di Fisica dei Sistemi Complessi, che tengo dal 2004 di solito nel secondo semestre. E’ un ritardo in parte dovuto alla mia assenza da Bologna, essendo in missione di ricerca, e in parte voluto. Ho infatti letto la Sua lettera come un ultimatum piuttosto sgradevole (comunque lo si infiocchetti è un ultimatum), che oggi mentre scrivo pare rientrato, e è un gesto di buon senso. Vede gentile Preside essendo ormai al bordo della pensione, pensavo quietamente di fare il corso, un laboratorio facoltativo con pochi studenti in genere – tra 3 (tre) e 14 (quattordici) in questi anni, senza nessun danno per i colleghi impegnati nella protesta, ma se quei colleghi si cerca in un qualche modo di intimidire, allora il discorso cambia. Stupisce che mentre ormai da un decennio e più l’università pubblica viene letteralmente fatta a brani con un taglio di bilancio dopo l’altro, quando qualcuno si ribella, con toni per lo più miti, il Senato Accademico per prima cosa intenda esercitare pressioni contro questo inerme dissenso, seppure pressioni che sembrano affievolite, ripeto, però già il fatto di averle prese in considerazione e deliberate, come dire, non giova al prestigio dello stesso Senato. Ripeto mentre l’università pubblica viene fatta a brani, il Senato Accademico che fa? Non propone un grande progetto o piano per la Ricerca e Sviluppo (R&D), oppure non lancia una iniziativa forte per il diritto allo studio assai sbrindellato, o una campagna verso la pubblica opinione mostrando che l’università non è un ente inutile sbeffeggiato persino negli sceneggiati televisivi, bensì una autorità scientifica in grado di produrre risultati volti al bene pubblico, o anche scrivendo un nuovo capitolo dell’innovazione didattica, o proclamando un manifesto che ridefinisca la missione dell’Alma Mater in un contesto europeo e mondiale profondamente cambiato, chiedendo a tutta la comunità che nell’università lavora di pronunciarsi, o anche non individua i nodi di una riorganizzazione dei modi di produzione e di trasmissione dei saperi, o per finire questo provvisorio e monco elenco, non disegna i contorni di una società della conoscenza e dell’innovazione, di cui proprio la crisi testimonia la necessità; insomma nulla di tutto questo, ma la tentazione di mettere in riga i ricercatori, ahimè. Ricercatori che dopo anni in cui hanno tenuto corsi spesso fondamentali, facendo il lavoro di professori ma venendo pagati la metà, per non dire della posizione subalterna se non servile a cui quasi sempre sono stati relegati, si permettono, quando l’ultima proposta di riforma (dio mio, quanto può essere improprio l’uso delle parole) della ministra Gelmini li cancella letteralmente, persin di protestare. Ma veramente qualcuno nell’augusto Senato era così cieco, sordo e ottuso da pensare che una tale stortura o anomalia, io direi perversione, non diventasse prima o poi materia di conflitto, e sul serio qualcuno pensa che questa protesta possa essere messa a tacere con un poco di carota e un poco di bastone, sub specie di lettera d’ingaggio. Né vale la giustificazione che bisogna garantire il servizio didattico, ovvero nascondersi dietro il dito dei bisogni degli studenti. L’università non è una azienda e neppure un servizio, l’università dovrebbe – deve, se vuole esistere – essere una intrapresa di creazione e trasmissione di saperi. Quando si riduce a esamificio e negozio di lauree, allora risuona il grido tristissimo e amarissimo, che si sente in tempi di esami di laurea: dottore, dottore del buco del culo. Una sorta di disperazione travestita da scherzo goliardico, dove la volgarità maschera il vuoto e l’angoscia. Gentile Preside io penso che se questa protesta verrà amputata, ebbene il danno sarà grande per l’intera comunità universitaria dai bidelli al Rettore Magnifico. La più antica università del mondo, certo un po’ ammaccata ma pur sempre di nobili tradizioni, apparirà ignava, baronale e succube del potere politico, aldi là delle sue intenzioni.
Abusando della sua pazienza mi permetto di fare qualche passo indietro. Quando il legislatore istituì il ruolo di ricercatore, pensava, se le parole hanno una relazione con le cose, all’immissione di giovani (più o meno) che si dedicassero in primis alla ricerca scientifica specie di base senza obblighi didattici se non di supporto; ovvero il legislatore aveva colto un punto di caduta, oggi divenuto un precipizio, delle nostre università (e perciò stesso del paese): la debolezza sempre più accentuata, e che oggiappare sull’orlo del collasso, sul fronte della ricerca e dell’innovazione. Ma, dimenticandosi di definire la strumentazione concreta, e anche un concreto percorso di carriera all’interno del ruolo di ricercatore, il legislatore lasciò i ricercatori stessi in balia dei poteri baronali, del potere degli ordinari. Per cui ci fu un doppio movimento, da una parte quasi tutti i ricercatori diventarono obtorto collo gli antichi assistenti, e dall’altra quasi tutti furono spinti a desiderare il ruolo docente, come unica possibilità di carriera, insomma furono spinti a cercare non i risultati scientifici, ma quelli accademici, quelli che permettevano di superare i concorsi nel consueto impasto di clientela e servilismo. E così il sistema della cooptazione tramite concorso più o meno addomesticato, che vige nelle nostre università dalla notte dei tempi, ricominciò a funzionare a pieno ritmo, coi ricercatori ambiguamente collocati a metà del guado talchè qualcuno potè indicarli come microborghesia melmosa. Poco importa se la cooptazione è il peggior sistema di reclutamento per l’innovazione e la ricerca, il potere baronale garantiva così la sua autoperpetuazione. In seguito i tagli al bilancio resero la presenza di ricercatori che svolgevano la funzione di professori sempre più necessaria, fino alla situazione di oggi aggravata anche dalla presenza di uno stuolo sempre più ampio di precari.
Ma oggi questo intero sistema non regge più, o l’università riqualifica la sua ricerca e rilancia l’innovazione in un rapporto stretto e sinergico con la società civile, o con altro termine, o l’università diventa partecipe della cittadinanza attiva, o è destinata al triste destino della catena di montaggio di esami e lauree, sempre più svuotati di senso, mentre gli studenti più bravi o più coraggiosi o che se lo possono premettere vanno all’estero, come i ricercatori del resto. Allora per esempio perché il Senato non prende il coraggio a due mani impegnandosi a convocare gli Stati Generali dell’Alma Mater, per una discussione ampia e libera che ridia senso comune, cioè di comunità, all’agire e studiare e insegnare e ricercare insieme, in una dimensione ethica (ethos, abitare c’insegna Dionigi), cioè che renda abitabile l’università per tutti quelli che ci lavorano e, ricordando che democrazia è il luogo dove nessun sapere viene disperso, riconoscendo pienamente il loro lavoro.
Venendo alla fine di questa lunga lettera, chi le parla decise già all’inizio di non partecipare al gioco dei concorsi, e della carriera, ritenendo che il titolo di ricercatore fosse da prendere sul serio, e che l’unica autorevolezza di un ricercatore viene dai suoi risultati scientifici, e non dai meccanismi gerarchici. Per questo mi sento un poco a latere sia rispetto a lei e ai suoi colleghi senatori e ordinari, sia rispetto ai ricercatori che rivendicano il ruolo docente. Quando decisi di insegnare al Laboratorio di Fisica dei Sistemi Complessi, fu perché il sopradetto laboratorio prima non esisteva, e fu proposto e creato dal Prof. G. Turchetti e da me, per tentare un innesto culturale delle tematiche della complessità nel corpo tradizionale della fisica, un innesto per i più giovani.
Con questo la saluto, scusandomi per l’eccessiva lunghezza di questa lettera, e accorgendomi di non aver comunque risposto, ma è perché mi pare indecidibile la sua domanda.
Bruno Giorgini
Ricercatore confermato FIS 01, Dipartimento di Fisica
Laboratorio di Fisica della Città- CIG, Università di Bologna
PS. L’anno passato con alcuni amici (Claudio Borgatti, Daniele Marchesini, Barbara Cologna) organizzai una serie di seminari cittadini sotto il titolo di scienza e democrazia in una sala di una biblioteca di quartiere. Tra gli altri intervennero alcuni Professori illustri del nostro ateneo quali Vincenzo Balzani, Silvio Bergia, Paola Bonora, Vittorio Capecchi). Ecco, il punto è semplicemente scienza e democrazia, basterebbe scriverlo sul frontone dell’università e praticarlo nei suoi corridoi, nei suoi laboratori, nelle sue aule, nonché alle riunioni del Senato Accademico, e sarebbe un buon nuovo inizio. Credo.

