Bologna, 24 nov. – Per la prima volta gli astenuti sono più numerosi dei voti validi. Anche l’Istituto Cattaneo sottolinea il dato sull’astensionismo delle elezioni regionali, un dato prevedibile ma “non per questo meno preoccupante”.
L’istituto spiega questa situazione. I primi elementi sono quelli di cui si è cominciato a parlare in campagna elettorale. Rispetto alle elezioni politiche le regionali sono tradizionalmente poco partecipate e il fatto che si votasse in solo due regioni ha affievolito l’attenzione mediatica. Dai sondaggi elettorali si percepiva una regione non contendibile, storicamente di centro-sinistra e in cui, quindi, la forza del singolo voto restava “assolutamente irrisoria”.
Nonostante queste premesse gli analisti del Cattaneo lo dicono chiaramente: “Il risultato uscito dalle urne è clamoroso“. Il voto del 2014 segnala come l’eccezionalità emiliano-romagnola di partecipazione alla vita politica “si sia quantomeno bruscamente interrotta”. Mai l’affluenza era scesa in regione sotto il 68%.
Indicazioni interessanti emergono dall’analisi dei risultati a livello provinciale. Storicamente all’interno della regione era possibile individuare alcune province stabilmente più astensioniste – Parma, Piacenza, Rimini – rispetto alle altre. Il voto del 23 novembre ha avuto come effetto una omogeneizzazione dei risultati.
In termini numerici il “partito degli astenuti” era nelle regionali del 2010 pari alla metà dell’insieme dei voti validi e di poco superiore ai voti ottenuti dal Partito Democratico. Per la prima volta è avvenuto il sorpasso: oltre 2 milioni e 150 mila elettori hanno disertato le urne, contro circa 1 milione e 200 voti validi. Inoltre, il peso degli astenuti risulta ben 4 volte maggiore rispetto a quello del Pd (con i suoi 535 mila voti). “Un dato eclatante”.
Tra le motivazioni maggiori dell’astensionismo l’Istituto Cattaneo invita a guardare agli scandali che hanno coinvolto i consiglieri regionali di tutti i partiti. “Indipendentemente dalla reale portata e consistenza di tali episodi, è plausibile che tale effetto negativo sia stato amplificato dal clima generalizzato di sfiducia nei partiti”. A questo, rispetto all’elettorato di centrosinistra hanno pesato le “polemiche tra il premier Renzi e la Cgil, che potrebbero avere creato una situazione di conflitto interiore nell’elettorato più sindacalizzato, producendo una paralisi rispetto alla decisione di voto”.
Guardando sull’altro fronte, secondo gli analisti, la scelta di presentare il leghista Alan Fabbri, nonostante la sovraesposizione da parte del segretario nazionale Salvini in campagna elettorale, “non è servita probabilmente a mantenere il bacino di voti dell’elettorato moderato, frastornato dall’uscita di scena di Berlusconi, dalle divisioni interne alla coalizione, dall’assenza di un nuovo leader e di un progetto politico condiviso ma, anche e soprattutto, dalla radicalizzazione delle posizioni recenti della Lega Nord”.
Infine, si può ritenere che a rilanciare oltremisura l’astensione abbia contribuito anche il risultato del Movimento 5 stelle, non più capace di intercettare la protesta politica a sinistra come a destra, diviso su azione, strategia e temi. A confermare questa indicazione ci sono i flussi di voto della città di Parma, in cui il Movimento 5 Stelle ha espresso il sindaco. Lì è il partito che perde maggiormente verso l’astensione: ben il 69% di chi aveva votato per il partito di Grillo alle europee ha deciso di astenersi. “Laddove manca il richiamo del leader Beppe Grillo, gli elettori di questo partito si rifugiano nell’astensione. Era una tendenza emersa già in precedenti occasioni (come varie tornate regionali tenutesi nel corso del 2013 e del 2014 – ad esempio quelle della Sardegna), che queste elezioni confermano”.

