Mentre giornalisti, politici e procure si scannano sui 320 euro del rimborso della Castaldini e della Lembi, continua, comodo e inesorabile, l’arricchimento degli evasori bolognesi.
Ho già avuto modo di commentare l’uscita del Sindaco contrario all’idea di pubblicare le dichiarazioni dei redditi. Nel frattempo ho scoperto che la posizione del sindaco è ben più diffusa e radicata, a sinistra, di quanto potessimo immaginare.
Persone care e che stimo mi hanno manifestato la loro contrarietà. Le ragioni? Alcuni sostengono che non serve a nulla, altri pongono un problema di privacy. Poi c’è chi è preoccupato dell’effetto gossip, altri ancora temono che i più poveri si vergognino a veder pubblicato il loro basso reddito.
Tutto è possibile e in qualche modo comprensibile. Tuttavia, dopo che il Sindaco intervistato alla festa dell’Unità ha ribadito il suo “No”, dicendosi però favorevole a pubblicare le liste degli evasori accertati, ho capito una cosa che non avevo del tutto inquadrato.
L’ostilità tutta italiana a rendere pubblico il proprio reddito è trasversale (destra/sinistra) e in qualche modo anche interclassista. Questo è dovuto a un problema di fondo, quello su cui veramente dovremmo interrogarci, che è un problema culturale ancor prima che economico o politico.
Alla base dell’idea di pubblicare le dichiarazioni c’è un’esigenza di trasparenza che presuppone, però, anche un senso di responsabilità: quella dell’individuo nei confronti della società. In questo contesto è importantissimo il patto di fiducia che si crea tra l’individuo e lo Stato, legame particolarmente forte nei paesi di cultura luterana.
Nel nostro disgraziato paese questo patto invece è fragilissimo quando addirittura inesistente. A complicare il tutto c’è l’impronta della cultura cattolica e familista: i patti e i vincoli si fanno con la famiglia (al più con la propria piccola comunità, col partito, etc…) il resto è solo potere pubblico “altro”: da occupare, da blandire o da fregare a seconda delle convenienze.
La posizione del sindaco in questo senso è significativa: NO a un provvedimento che comporta una responsabilità individuale e riguarderebbe tutti, SI alla “gogna” (quella si…) per il “peccatore/evasore”. A patto ovviamente che non si “confessi” in segreto all’agenzia delle entrate e possa essere “perdonato”.
Abbiamo un problema culturale che oppone la stragrande maggioranza di persone (di destra, centro e sinistra) che condividono questa impostazione (la cultura della comunità famigliare a cui far riferimento) a un’esigua minoranza di italiani più vicina a una cultura nordeuropea, quella della responsabilità individuale nei confronti dello Stato.
Anche in questo caso, haimè, mi sento minoranza di questo paese, anche a sinistra, poiché penso che le obiezioni degli amici siano tutte comprensibili e fondate, ma insufficienti e dettate da paure anacronistiche: non cambieremo mai nulla se non siamo disposti a cambiare i nostri condizionamenti culturali.
La faccio breve: personalmente reputo necessario, prima di pensare a una manovra economica, creare le basi per un nuovo patto, in cui ovviamente lo Stato e i suoi funzionari non siano rappresentati dall’attuale banda di mascalzoni e parassiti che hanno occupato le principali cariche pubbliche, ma che al tempo stesso preveda per le persone un principio di responsabilità ben preciso.
In questo senso bisogna alzare l’asticella: il condizionamento sociale è un’arma fortissima. Adesso è possibile per molti abbienti dichiarare quasi nulla senza incappare in alcuna censura sociale. Dando trasparenza non si risolverebbe certo il problema evasione, ma molte persone si “convincerebbero” a fare dichiarazioni più congrue per evitare la “condanna sociale” dell’opinione pubblica. In questo modo si otterrebbe un doppio risultato: maggiori entrate fiscali, minor peso dei parassiti abbienti sul welfare pubblico.
Insomma, il senso di vergogna non lo devono provare coloro che guadagnano poco, gli “umili”, ma coloro che dichiarano poco o nulla essendo palese a tutti (amici, colleghi, conoscenti) che la loro professione e il loro tenore di vita è ben altra cosa.
Paolo Soglia


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