23 mar. – “Questo è il momento… perché non ce la facciamo più”. Così Rashid, 30 anni, in Italia da 22, di professione facchino spiega lo striscione di apertura del corteo che questo pomeriggio ha sfilato sotto la pioggia per le vie del centro di Bologna. Erano in mille, coperti da cappucci e ombrelli, con cartelli e striscioni per chiedere più dignità. “Ricominciamo a sognare: abolite subito la legge Bossi-Fini” recita un cartello; “Basta sanatorie truffe, basta ricatti” c’è scritto su di un altro; “Non ce ne andiamo” recita un altro ancora.
Erano in mille in piazza, in grandissima maggioranza uomini, di ogni provenienza, tutti accomunati da un unico grande ricatto che lega la loro permanenza in Italia al possesso di un contratto di lavoro. “Abolire la legge Bossi-Fini” dicono dall’impianto stereo montato sul camion che apre il corteo; “Bossi Fini assassini, siamo tutti clandestini” risponde la piazza. Negli slogan, gridati spesso in un italiano precario, c’erano spesso le parole “dignità“, “ricatto”, “sfruttamento“, “schiavitù“.
Compatta, colorata, rumorosa, la manifestazione è partita da piazza XX settembre e percorrendo viale Pietramellara, via Amendola, via Dei Mille, via Indipendenza, ha raggiunto la Prefettura in piazza Roosevelt. Oltre ai lavoratori migranti, in piazza c’erano anche i sindacati di base (Cobas, SiCobas e Usb), i centri sociali (Tpo, Crash, Xm24) e i collettivi (Cua e Labas).
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