Il Sorriso di Claudia


Ovunque la si incontrasse, nei tempi e nei luoghi che la vita ci assegna stagione per stagione, la prima cosa che notavi era il suo sguardo sorridente. Claudia in realtà era il suo sorriso. A vent’anni, quando l’ho conosciuta, come l’ultima volta che l’ho vista, quando mi ha raccontato del suo ultimo viaggio in Argentina.
Il sorriso di Claudia era a seconda dei casi accogliente, ironico, a volte rumoroso e a volte amaro, compiaciuto o sospettoso.
Il sorriso di Claudia ha attraversato il periodo delle grandi passioni e delle piccole meschinità della politica degli anni settanta. Neanche allora era facile essere donna e il sorriso di Claudia sapeva contenere le lacerazioni e i conflitti di un’epoca in cui l’emergere del femminismo non era solo la coreografia floreale che si vede oggi in qualche immagine di repertorio, ma voleva dire anche fare duramente i conti con il proprio vissuto e i propri compagni, quelli “di lotta” soprattutto.
In anni in cui i contorni della politica sembravano chiari e distinti, lei era tra coloro che sentivano di più le sfumature, molto più attenta alle dinamiche relazionali e agli umori del movimento che alle esibizioni assembleari, ma era onnipresente in quel fiume in piena che ha attraversato Bologna nel 1977.
Il sorriso di Claudia lo vedevi negli incontri più “maturi” e meno ribelli degli anni successivi, quando le serate bolognesi erano diventate “rassegne estive”, mentre tante persone, come lei, cercavano, nel lavoro e nella vita privata qualcosa che portasse un cambiamento reale delle cose.
Claudia non si è mai nascosta dietro il suo sorriso, non si è mai accontentata, né nelle relazioni personali né nelle prime opportunità di lavoro. Ha cercato sempre il meglio, anche facendo i conti con la solitudine e con la precarietà.
Ci sono tante persone che giudichiamo forti e determinate e che semplicemente hanno rimosso le proprie debolezze. Lei è diventata forte a partire dall’accettazione della propria fragilità. Non ha mai negato se stessa, non ha avuto paura di affrontare la sofferenza, ha fatto tesoro dei suoi dubbi e delle sue paure.
Poi ha trovato, con pazienza, con determinazione, le sua strade, travolgendo con la sua energia chi le stava intorno.
Una sera di tanto tempo fa, quando persino laurearci ci sembrava un futuro lontano, si finì a parlare, con un gruppo di amici di Lotta Continua, del… lavoro futuro. E lei se ne uscì con una risata dicendo: “Io vorrei girare il mondo ed essere pagata per questo…”
Ci è riuscita, mi viene da dire. E lo avrebbe fatto ancora per anni quel lavoro, se quel volo maledetto non l’avesse fermata. In giro per il mondo ha portato non solo le sue capacità riconosciute da tutti, ma ha portato, conservandolo dopo tanti anni, il suo sguardo curioso, l’amore per la novità, l’attenzione per i dettagli. E il suo sorriso.

Mirco Pieralisi

foto tratta dalla copertina del volume “Avevo vent’anni, storia di un collettivo studentesco 1977-2007” di Enrico Franceschini

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