
Bologna, 10 febb. – Abbiamo intervistato Pippo Civati sulla sua proposta “Contro la disuguaglianza, contributo al piano per il lavoro in preparazione“. Il democratico ha recentemente proposto sul suo blog un documento di 11 pagine da intendersi come contributo al già annunciato (e pare in dirittura d’arrivo) Jobs Act di Matteo Renzi.
La proposta di Civati inizia con un’analisi introduttiva sul perché in Europa ma soprattutto in Italia non si crei più occupazione. In sostanza per gli scarsi investimenti “in ricerca, innovazione, industria culturale” da una parte, e dall’altra per non aver spinto sul settore dei servizi innovativi ad alto contenuto tecnologico.
Al di là della premessa, il cuore del documento è dato dall’elenco di misure capaci di ridurre le diseguaglianze. “La questione delle questioni” per la sinistra. “Non solo contrasto della povertà ma ripristino del diritto elementare all’uguaglianza delle opportunità. Con un immediato risvolto economico nell’abbandono delle ricette liberiste per il rilancio della domanda di beni e servizi sul mercato nazionale e a livello globale”. L’esempio che viene portato è quello degli Usa, dove le politiche di public spending di Obama hanno sostenuto la ripresa e stimolato la domanda interna. L’impostazione è quella keynesiana classica, dove la spesa pubblica viene vista non come una zavorra ma come volano per rilanciare i consumi e di conseguenza l’occupazione.
Il primo punto del Piano di Civati contro la disuguaglianza riguarda le aliquote del fisco, da rimodulare in senso più progressivo. Ad essere colpiti dovranno essere i più ricchi e le rendite, il tutto per recuperare le risorse necessarie ad azzerare le imposte sul reddito da lavoro fino ai 20mila euro annui e “esentare dalle imposte sui redditi tutti i redditi diversi dai profitti e dalle rendite per i giovani fino a 25 anni”.
Poi c’è la questione delle retribuzioni del pubblico e delle società partecipate. Civati chiede un tetto alle retribuzioni dei top manager che non potranno essere più alte di 10 volte rispetto a quelle dei dipendenti. Un esempio: se per ipotesi un tecnico della multiutility emiliana a controllo pubblico Hera spa guadagna 2000 euro lordi al mese, l’amministratore delegato dell’azienda, Andrea Chiarini, non potrà superare i 20mila euro mensili, mentre oggi di euro ne guadagna 30mila, senza considerare i premi di risultato e gli altri benifit. Nel qual caso si arriverebbe tranquillamente a 40mila euro mensili. Per il Chiarini di turno vorrebbe dire dimezzarsi lo stipendio. Tagli ancora più pesanti ci sarebbero per i veri supermanager del pubblico. Prendendo a riferimento gli stipendi 2010 l’ex presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini vedrebbe evaporare gran parte del suo stipendio da 5 milioni e mezzo di euro l’anno. Stessa ghigliottina per la politica, con la proposta di dimezzare gli stipendi dei parlamentari.
Sul tema lavoro Civati propone – senza però entrare nel dettaglio – la creazione di “fondi di solidarietà e di garanzia per le discontinuità contributive”, un contratto unico di inserimento con la contemporanea abrogazione dei contratti “anomali” e controlli severi contro le finte partite iva con ammende sia a carico dei datori di lavoro sia a carico dei lavoratori. Lo stesso trattamento, si legge, dovrebbe essere riservato “per lavoro in nero”. Civati chiede anche l’introduzione di un “salario minimo, eventualmente articolato per settore e qualifica”.
Ancora: c’è la proposta di un sussidio per inoccupati e disoccupati di massimo 400 euro a testa al mese (628 per la coppia e così via a scendere). Troppo poco? “Meglio che niente”, risponde. Il modello è quello della Provincia di Trento, con i centri per l’impiego della penisola da trasformare in efficaci centri di collocamento – impresa non scontata – e in “controllori” incaricati di verificare l’impegno attivo del beneficiario del sussidio nel trovare un lavoro. La spesa totale per lo Stato per il nuovo sussidio, calcola Civati, sarebbe di 2,9 miliardi di euro.
Poi c’è l’idea della riforma dell’istituto della cassa integrazione. “Pensiamo che la cassa integrazione sia uno strumento parziale che non copre tutti i lavoratori. Vogliamo ripensare questo modello verso un sussidio universale esteso a tutti i lavoratori. Per farlo dobbiamo in prospettiva lavorare per modificare l’istituto della cassa integrazione”.
Nel documento messo online c’è l’ipotesi – a quanto pare per il momento solo di scuola – di sostituire in maniera progressiva la Cassa integrazione con i contratti di solidarietà difensivi.
“se il contratto di solidarietà, attraverso un programma di attuazione concordato e progressivo, andasse a sostituire completamente la Cig e restasse a carico del Bilancio dello Stato, avremmo un intervento certo e mirato (e non trascurabile) sul cuneo fiscale, pari ai corrispondenti contributi versati attualmente dalle imprese. E anche un segnale forte di un cambiamento di verso (da assicurativo a generalista) del sistema di welfare.”
Il documento si dilunga sul perché di questa scelta elencando tra l’altro una serie di effetti negativi tipici della cassa integrazione.
“periodi prolungati di Cig a zero ore non sono associati a politiche attive, neanche quando sono motivati con ristrutturazioni aziendali (riqualificazione, formazione permanente);
− l’assenza di politiche attive è tanto più grave a fronte a fronte del fatto che viene sempre più spesso usata come anticamera del licenziamento;
− l’attuale sussidio per Cig a zero ore varia tra gli 858€ e 1031€: dato il basso livello dei salari correnti, il lavoratore che la riceve è poco incentivato ad attivarsi per la ricerca di un posto di lavoro meno “a rischio” di quello virtualmente occupato;
− una volta che sia stata concessa, il datore di lavoro in genere è deresponsabilizzato rispetto alla sorte dei lavoratori interessati, dato che è l’Inps a erogare il sussidio;
− la mancanza di una esplicitazione vincolante del fabbisogno formativo dei lavoratori (di aggiornamento o riqualificazione) da parte dell’azienda che richiede la sospensione e quindi lo scollamento tra le pubbliche amministrazioni competenti e le imprese (e relative associazioni di categoria) che rende il concetto di welfare integrativo privo di significato concreto”.

