I tagli portano sempre più giù la ricerca in Italia

I tagli sulla ricerca hanno effetti depressivi sul nostro paese. Un paper pubblicato su Research Policy a firma Cinzia Daraio (Unibo) e Henk Moed (Università di Leiden) rivela che anche dal punto di vista quantitativo il sistema sta scricchiolando: produce dodicimila pubblicazioni in meno all’anno. Significa risultati di esperimenti, nuove scoperte, nuova conoscenza prodotta nei laboratori, nelle biblioteche, nei centri di ricerca delle nostre università.

Per la prima volta in 30 anni la produzione scientifica dell’Italia smette di crescere e dà segni di arretramento sia in termini relativi, come quota percentuale della produzione mondiale, che assoluti, come numero di pubblicazioni. Nel 1980 erano 9.721 e nel 2008 erano cresciute fino a  52.496. Nel 2009 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati) erano crollate a 40.670. Sicuramente il dato quantitativo va accompagnato da valutazioni sulla qualità delle ricerche. Ma qualcosa significa sicuramente e ci posiziona in coda alle classifiche dei paesi dell’Ue.

Siamo ultimi come numero di ricercatori per abitante (6 ogni 10.000 abitanti), siamo ultimi per investimenti pubblici in ricerca (0,4% del Pil), anche i privati investono pochissimo, 0,6% del pil. In questo panorama tetro, un dato è in controtendenza: i nostri ricercatori hanno una produttività elevatissima.

 

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