Homo comfort. Telecomandi e tecnologia rendono l’umanità passiva e sottomessa?

homo comfort - img flickr Marie-Chantale Turgeon CC BY-NC-ND 2.0

Foto flickr Marie-Chantale Turgeon CC BY-NC-ND 2.0

18 lug. – Homo comfort è il nuovo libro dell’antropologo Stefano Boni. La tesi del libro, edito da Elèuthera, è che la “vita comoda”, garantita dall’ipertecnologia, non solo porti all’accettazione acritica dell’ordine politico-economico esistente, ma rappresenti nella storia dell’uomo una cesura di primaria importanza. I materiali sintetici, spiega Boni, isolano l’uomo dall’ambiente naturale, gli antidolorifici e altri prodotti creano invece una schermatura tra l’essere umano e il proprio sistema nervoso.

BONI Homo Compfort_COVER.inddLa liberazione da fatica e dolore porta alla perdita dei sensi così come stati utilizzati per millenni, e con loro vengono perse una serie di abilità manuali sempre più rimpiazzate da telecomandi, macchinari, e altri supporti tecnologici. Boni legge criticamente  la comodità da un punta di vista antropologico, considerandola un fatto sociale totale. Comodità e comfort come prisma interpretativo attraverso cui interpretare la modernità, non solo dal punto di vista dell’esperienza sensoriale, ma anche da quello politico. “La comodità ha assopito i sensi e ha creato una cittadinanza pronta ad accettare qualunque effetto collaterale della tecnologia, pur di vivere comodamente. Ed è stato un processo silenzioso. Dal punto di vista genitico l’umanità è identica ai suoi antenati, dal punto di vista dell’esperienza sensoriale siamo invece in una situazione senza precedenti nella storia”. “Una rivolta decisa contro il sistema non sta prendendo piede perché la gente ha bisogno del supermercato“, sintetizza Boni.

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