3 feb. – “Una canzone è un caleidoscopio che riflette la luce a seconda di chi la guarda”: questa è stata la prima cosa che Giovanni Succi ha detto ai nostri microfoni alla fine di gennaio, quando è passato da Bologna insieme a Mattia Boscolo e Glauco Salvo per un concerto del tutto particolare al Freakout Club. I tre musicisti, infatti (insieme a Mattia Colletti alla registrazione) sono gli autori di Lampi per macachi, l’ultimo disco della settimana di Maps del 2014, una raccolta di cover di Paolo Conte ripensate e risuonate dal cantante e chitarrista piemontese, già nei Madrigali Magri e metà dei Bachi da Pietra.
Ma, precisa Succi, “io ho estratto dal materiale originale quello che nel materiale di Paolo Conte c’era già, non ho inventato niente.” E ancora il musicista ci ha detto, ricordando che il disco è stato registrato in un’azienda agricola, che il risultato non è un distillato in purezza. “Io mi definisco sempre un filtro sporco.” Siamo d’accordo e capiamo la modestia del nostro ospite, ma la rilettura del conterraneo dell’Avvocato è davvero riuscita e peculiare e, tra l’altro, si concentra sul primo periodo della carriera di Conte. Infatti l’album, uscito alla fine di dicembre, contiene i brani che compaiono nel primo 45 giri del musicista, “Questa sporca vita”/”La fisarmonica di Stradella”, “brani che conoscono poco anche gli appassionati di Conte”.
Nel live realizzato in diretta a Maps, trovate anche uno di quei brani registrati nel 1974, insieme a “Come mi vuoi” che nell’album è cantato con Francesca Amati, compagna di Salvo nei Comaneci, e a “Uomo camion”. “A un certo punto nel testo spunta una radiolina che per me è un ricordo di mio padre: dipingeva e aveva sempre a fianco una radiolina scassata, tenuta insieme con lo scotch, da cui uscivano note distorte. Tutte le volte che canto questa canzone mi passa davanti mio padre che guida un camion.”



