Bologna, 1 lug. – Dal 4 al 7 luglio prossimo Bologna ospiterà il Festival d’Eritrea, la riunione annuale della diaspora eritrea. Sotto le Due torri, più precisamente al Parco Nord, arriveranno rappresentanti delle varie comunità eritree sparse per l’Europa. Ad organizzare l’evento è la comunità eritrea in collaborazione con l’ambasciata e il governo di Asmara.
In contemporanea son previste in città le manifestazioni del Coordinamento Eritrea Democratica: un insieme di sigle che denuncia da anni la svolta autoritaria del governo del presidente Isaias Afewerki. “Una città antifascista non può ospitare un regime fascista” scrive sul volantino il coordinamento che venerdì mattina, all’apertura del Festival, sarà all’esterno del Parco Nord per tentare di far sentire la voce dell’opposizione.
A condannare il governo Afewerki e i suoi metodi dittatoriali ci ha pensato anche Amnesty international. “Secondo l’Onu circa 2 mila persone al mese scappano dal regime” ricorda Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare ed esperto d’Africa. Con lui abbiamo ricostruito la travagliata storia del paese del Corno d’Africa. L’ex colonia italiana fu unita all’impero etiopico dopo la Seconda guerra mondiale e nel 1961 iniziò una lunga lotta armata di indipendenza. Liberato il territorio nazionale nel 1991, con il referendum del 1993 gli eritrei scelsero l’indipendenza dai vicini etiopi.
La trentennale lotta di liberazione fu sostenuta dai movimenti e dai partiti della sinistra italiana. Nel 1974 si tenne, per la prima volta a Bologna, il Festival d’Eritrea. E’ proprio nel quarantesimo anniversario di quel festival che ritorna sotto le Due torri il festival, dopo le passate edizioni di Milano, Napoli e altre città.
“La vittoria nella guerra d’indipendenza fu un momento di speranza” ricorda Dania Avallone, biologa marina che per 10 anni ha vissuto in Eritrea. “Nel 2001, il 18 settembre, tutto cambiò. Afewerki fece una sorta di “repulisti”: dalla sera alla mattina furono arrestati 15 ministri e non si seppe più nulla di loro” ricorda Avallone. Da quel momento, secondo l’opposizione, è iniziata la dittatura.
“Siamo in guerra da anni, anche per colpa delle potenze occidentali” dice Derres Araia, portavoce della comunità eritrea vicina al governo di Asmara”. Nel maggio 1998 la guerra con i vicini etiopi ricominciò per la contesa di alcuni territori di confine. La guerra si concluse con un accordo di pace, sottoscritto ad Algeri sotto l’egida dell’Onu. L’accordo prevedeva la restituzione all’Eritrea del territorio occupato dalle truppe etiopi. “Perchè gli Usa e gli occidentali non hanno mai fatto rispettare quell’accordo?” si chiede Araia che respinge le accuse del coordinamento Eritrea Democratica: “Non c’è una dittatura. Siamo in guerra”. E i ministri arrestati nel 2001? “Erano traditori passati al nemico” è la risposta.
Selam Guesh è una ragazza eritrea, arrivata in Italia nel 1998. Suo padre è morto durante la guerra di indipendenza. “E’ un martire dell’indipendenza” dice con la voce rotta dall’emozione. Anche lei, come Avallone, fa parte del coordinamento Eritrea Democratica. “Non è possibile vivere in Eritrea. Il regime ci toglie il respiro. Per questo i giovani scappano. Io sono fuggita perchè non c’era futuro”. “Se non paghi la tassa del 2% su quello che guadagni all’estero non ti ridanno i documenti – racconta -. Se poi protesti fanno problemi alla tua famiglia”.
Qua sotto si trova il podcast della trasmissione con le voci di Raffaele Masto, Derres Araia, Dania Avallone e Selam Guesh.

