Crisi economica, crisi climatica, ambientale, energetica, dei rapporti sociali. E’ in questo panorama che si sta insinuando con sempre maggior forza l’idea che il liberalismo e il capitalismo non siano forse più sostenibili.
Secondo alcuni ci potrebbe addiritura essere spazio, nuovamente, per ipotesi di cambiamento radicale del sistema economico. Un tempo, si diceva socialismo o barbarie: adesso c’è chi comincia a dirlo nuovamente. Altri, pochi per la verità, non hanno mai smesso.
Uno di questi è Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, che in “Quel che il futuro dirà di noi“, edito da Derive-Approdi, si dice convinto che nell’Italia del 2010 ci si possa ancora dire “comunisti”. Sapendo però che in questa Italia, la sinistra, in tutte le sue varianti, dalla più moderata alla più radicale, è in grave crisi, crisi di rappresentanza politica ma soprattutto culturale. Dopo il “lungo sessantotto” italiano, finito con la marcia dei quarantamila colletti bianchi torinesi dell’ottobre del 1980, i movimenti e i partiti della sinistra italiana hanno perso progressivamente la capacità di capire la società e di cambiarla. Parte da questa dura constatazione Paolo Ferrero per rivendicare l’attualità di un pensiero, di una pratica, di un movimento comunista.
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