Eritrea. Viceministro Pistelli: “La pace si fa coi nemici”

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10 lug. – Lapo Pistelli, viceministro degli Esteri, boccia la definizione ‘stati canaglia‘ e risponde a chi, nel suo partito, il Pd, chiedeva al governo di prendere una posizione verso il regime eritreo: “La pace si fa coi nemici, con gli amici si va a prendere una pizza“. Il vice di Federica Mogherini, ex responsabile esteri del Partito Democratico, spiega così, con una battuta, la scelta di riprendere dopo anni di interruzione i rapporti con il governo eritreo.

Nei giorni scorsi, mentre a Bologna andava in scena lo scontro interno alla diaspora eritrea, tra la comunità vicina al presidente Isaias Afewerki, che ha organizzato il festival al Parco nord e il Coordinamento Eritrea Democratica, il viceministro Pistelli incontrava ad Asmara l’ex guerrigliero divenuto presidente. “Bisogna ingaggiare questi paesi sulla strada dei diritti umani” ripete più volte Pistelli che sottolinea come l’Italia abbia deciso di rompere l’isolamento nel quale il governo di Asmara si era ritrovato negli ultimi tempi. La questione dei profughi che ogni mese, almeno 2 mila secondo l’Onu, in larghissima parte giovani, scappano dal regime di Afewerki è stata “al centro di colloqui riservati” assicura il vice ministro che ha chiesto al regime eritreo una gestione congiunta “nel rispetto dei diritti umani” dei flussi provenienti dal Corno d’Africa.

Come già fatto in passato con la Libia di Gheddafi? “No, no, il quadro è completamente diverso” spiega Pistelli che assicura che l’approccio del governo italiano alla questione immigrazione non sarà più incentrato solo su politiche repressive del fenomeno. Pistelli ha disegnato una situazione molto complessa del fenomeno dell’emigrazione africana verso l’Europa. Oltre ai paesi di origine delle persone, ci sono quelli di mero transito e quelli che lucrano sul transito (“il campionario peggiore dell’umanità” lo definisce). “Con la Libia c’è stata, in altri stagioni, in altri governi – dice Pistelli – una teoria, da me politicamente avversata, dei respingimenti. Non è possibile farlo più, per fortuna, non soltanto per una scelta politica ma perché l’Italia è stata condannata in Corte di Giustizia europea poiché la Libia, il paese di respingimento, non sottoscrive la convenzione di Ginevra e quindi non garantisce il rispetto dei diritti umani”. Con queste premesse, spiega Pistelli, la modalità scelta dal governo italiano si basa su due azioni: da un lato spingere la Libia ad adottare, per le persone in transito, condizioni di accoglienza rispettose dei diritti umani; dall’altro interloquire con i paesi di origine per andare alle radici di un fenomeno, “che ha sì caratteristiche storiche enormi, ma anche contingenti che la politica ha il dovere di cercare di incanalare”.

Proprio in questa “visione” del tema immigrazione, Pistelli spiega i colloqui con il regime eritreo. Un tentativo quindi portato avanti dall’Italia con l’accordo dell’Unione europea per affrontare il problema alla radice.

“Un regime molto chiuso – è la sintesi di Pistelli – non cambierà se tu ti limiti semplicemente a isolarlo. Questo succede già da 20 anni. Quindi, ripeto, la politica ha il dovere non di andare a bussare in ginocchio alla porta di nessuno ma di andare a parlare e argomentare la propria posizione e cercare di cambiare quella altrui”. L’esempio che cita Pistelli è quello dell’Iran e dell’energia nucleare: “Per dieci anni si è utilizzata la tecnica dell’isolamento. Oggi (se ne discute nel consiglio di sicurezza dell’Onu) si cerca, in una discussione che va avanti da un anno, di raggiungere un accordo che potrebbe mettere al sicuro, in tranquillità, la comunità internazionale. Facciamo bene adesso – chiede Pistelli – o facevamo bene prima? Per me facciamo bene adesso” conclude il viceministro degli esteri.

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