E se andasse bene il piano “P”?

Ora che anche l’ultima illusione è caduta non resta altra alternativa che fare le primarie con chi c’è e con chi ci sarà.
Archiviato il “Governo dei Migliori” (ma quali?), maldigerito l’abbandono del Cev – già dato da mesi per seduto a Palazzo – a qualcuno è tornata la voglia del mattatore “senza se e senza ma”, individuato in Romano Prodi. Ha tentato di stanarlo a gran voce Repubblica, ma la richiesta è stata respinta al mittente.

Le parolone che corrono su molti quotidiani sono roboanti: Caos, Declino, Ansia, Dubbi, Disperazione.

Atmosfere difficili da rintracciare in una città che, tutto sommato, non sembra essere sull’orlo del baratro. O comunque non per le insidie elettorali locali.
Le difficoltà del partito/città che ha dominato negli “anni d’oro” sono ormai talmente manifeste da non valere ulteriori considerazioni. Stupisce un po’  la contraddizione che alberga nelle menti di diversi “esperti”: prima tutti a sgolarsi per avere le primarie “vere” poi, ora che non c’è un candidato di partito favorito, a invocare il “salvatore della patria”. Quello che deve aver già vinto prima di correre, così rassicura poteri, giornali e palazzi.

Bologna, città chiusa e oligarchica, ha troppa gente influente che guarda sempre indietro e mai in avanti. Senza mai vedere quello che c’è.
E quello che c’è è un contesto con già due candidati in campo, di cui una donna che viene definita “la rossa” solo per aver detto di aver delle riserve, in tempo di crisi, a firmare assegni in bianco alle scuole della Curia e l’altro, il più giovane, che vuole surfare un po’ trasversalmente tra le varie anime  “creative” della città.

Ambedue hanno già raccolto le firme per candidarsi, in anticipo rispetto al termine originario del 5 novembre. Dovrebbe essere un buon segno, ma pare che non basti. E allora, invece che riempire pagine e pagine di dichiarazioni sibilline, o avvelenarsi nelle lotte intestine al partito, sarebbe molto più semplice per il PD fare le cose semplici: accettare finalmente il piano”P”, fare queste benedette primarie e mollare gli ormeggi per navigare in mare aperto.
Merola vuol fare il sindaco? si candidi senza pretese di essere il predestinato. Lo vuol fare Venturi? si accomodi, così come può accomodarsi chiunque altro, da Donini a De Maria, a tutti gli iscritti con qualche seguito cui venisse in mente l’idea. Basta che raccolgano le loro firme, possibilmente da soli..

La democrazia ha tanti limiti ma pure qualche pregio: alla fine si contano i voti e c’è qualcuno che ne ha di più. Se questo poi avviene attraverso un serrato dibattito in cui ci si possa dividere su opzioni serie e non farlocche tanto meglio.
I candidati verrebbero così “pesati” con una bilancia vera e non taroccata. Si saprebbe finalmente quanto veramente contano i vari dirigenti politici, senza cordate e blocchi di voti portati in dote dal partito, e anche quanto contano i tanto decantati civici.

Vuoi mai che a qualcuno fare l’esame possa anche servire? Il vincitore sarebbe poi legittimato dal voto e nulla vieta che accolga nel suo staff quelli che tra i suoi ex sfidanti risultassero più affini al suo progetto politico, contribuendo a creare una nuova classe dirigente.

Dunque nessun dramma, nessuna fine del mondo e della storia, ma la necessità – ormai ineludibile – di abbandonare il vecchio modello oligarchico mediato e governato dal partito unico per navigare in mare aperto: col rischio di annegare ma anche di trovare nuove terre e opportunità.

E’ tanto difficile da capire e da fare?

Paolo Soglia

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