Dossier Acer. Mazzanti: “Il corvo era vicino al Pd”

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Bologna, 23 ott. – “Abbiamo sempre agito correttamente, e ora l’archiviazione lo dimostra”. L’ex presidente di Acer, l’avvocato Enrico Rizzo, il consigliere comunale Claudio Mazzanti e Gigliola Schwarz, dirigente Acer, si sono tolti molti sassolini dalle scarpe. Lo scorso 8 agosto, il giudice per l’indagine preliminare Domenico Panza ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dal Pm Giuseppe Di Giorgio.

L’inchiesta su cui lavorava il magistrato bolognese riguardava la presunta irregolarità di un concorso pubblico per un posto da dirigente in Acer vinto da Schwarz. A finire indagati erano stati Rizzo e l’ex direttore di Acer Raffaele Larocca. Tutto archiviato.

A far partire l’indagine era stato un esposto anonimo, arrivato in Procura nei primi giorni del 2011. “Hanno presentato la Banda Larga. Ora vi presentiamo la Banda Vera“: iniziava così una lettera di 8 pagine, fitta di nomi, circostante e insinuazioni, che avevano fatto partire un’inchiesta della Procura.

“L’esposto in argomento- scrive il Pm Di Giorgio nella richiesta di archiviazione– riguardava l’allora candidato del Partito Democratico alla carica di Sindaco della Città di Bologna, Virginio Merola, oltre a numerosi soggetti a lui collegati a vario titolo”. Il nome più citato era quello dell’ex presidente del quartiere Navile, Mazzanti. “Quella lettera anonima veniva da qualcuno vicino a noi” dice ora il consigliere comunale. “Noi” significa “partito”: “Non dico che sia un iscrittoal Pd, ma che comunque fosse una persona informata delle questioni partitiche sì”. Mazzanti ricorda che tutte le persone citate dal corvo nel dossier si erano opposte, in sede di direzione provinciale Pd, alla candidatura di Flavio Delbono a sindaco di Bologna. 

Un passo indietro

Nel gennaio 2010, dopo appena 7 mesi di governo, il sindaco Delbono è costretto a dimettersi perché indagato per vari reati (peculato, truffa aggravata e abuso d’ufficio) nell’ambito dell’inchiesta denominata ‘Cinziagate’. Durante il commissariamento di Anna Maria Cancellieri, il Pd decide di passare per le primarie per scegliere il candidato alle elezioni della primavera 2011. Dopo il ritiro di Maurizio Cevenini, il partito scelse (non senza alcune riserve) di appoggiare Merola, già concorrente alle primarie vinte da Delbono, e principale oppositore all’interno del partito della scelta di candidare l’ex vice presidente della Regione. E’ in quel contesto che spunta il corvo con un dossier, spedito a dicembre alle redazioni.

Il dossier “interno”

“La lotta politica si fa a viso aperto, non ci si nasconde nell’anonimato” dice Mazzanti. Lui e sua moglie hanno avuto non poche noie dal dossier e dall’inchiesta che ne è seguita. Soprattutto dalla copertura mediatica. “Andavo in farmacia, dal fruttivendolo- ricorda Schwarz- e la gente mi chiedeva ‘che cosa hai combinato?'” Ricevuta la notizia dell’archiviazione, e della conseguente caduta di ogni dubbio rispetto all’assunzione di Schwarz (“Sono in Acer dal 1974, ho fatto e vinto 4 concorsi per arrivare a quel livello” ricorda la dirigente), Mazzanti ha sentito il bisogno di parlare. “Voglio giustificarmi con quei compagni che incontro alle feste de l’Unità” dice il consigliere comunale, terzo più votato alle elezioni del 2011. In particolare i coniugi Mazzanti-Schwarz accusano il Resto del Carlino di aver fatto un fotomontaggio a corredo di una notizia di cronaca nel quale la loro foto di matrimonio veniva sovrapposta a quella di un finanziere. “E’ una porcheria” dicono all’unisono Mazzanti e Schwarz che comunque non hanno intenzione di adire le vie legali contro la testata.

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“Dalla vicenda ho avuto un danno considerevole: ho perso il 90% del fatturato” dice Rizzo, ex presidente di Acer, che di lavoro fa l’avvocato. “I clienti hanno difficoltà ad andare da un avvocato che è sulle cronache accusato di abuso d’ufficio”. La vicenda, ricorda Rizzo, “nasce da due esposti e da un articolo del Carlino uscito dopo una conferenza stampa di Alberto Vecchi e di Michele Facci del Pdl: dei due signori del Pdl, uno è stato condannato in primo grado e in appello per un peculato di 82 mila euro (Vecchi, ndr)”.

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