3 sett. – Poco meno di un’ora di conferenza per confermare la propria candidatura alla guida del Pd di Bologna. Una candidatura che giorno dopo giorno diventa sempre più forte con gli endorsement trasversali che via via stanno arrivando, dai 20 sindaci della provincia guidati da Merola a molti dei parlamentari Pd eletti sul territorio, fino alla pattuglia di civatiani sotto le Due Torri, capitanati da Antonio Mumolo. Una candidatura, spiega Donini, “oltre e non contro le candidature nazionali, una candidatura del territorio”.
Donini per il momento tiene coperte le sue carte, non annuncia ancora quale mozione sceglierà a livello nazionale perché “sarebbe prematuro, c’è ancora molto da capire”. Quello di cui è certo il numero uno di via Rivani è che a Bologna” si possono superare le divisioni di quell’ortodossia che vuole obbligatoriamente il confronto tra mozioni”, e fare invece prevalere “una prospettiva larga, trasversale e territoriale”. Una mozione “oltre e non contro”, slegata dalla conta che ci sarà a livello nazionale per scegliere il leader del Pd.
Di fronte ai giornalisti Donini annuncia una serie di incontri con sindacati, associazioni, imprenditori e pezzi del partito (i giovani, la Conferenzea delle Donne) e due forum tematici aperti a tutti, indipendentemente dalla mozione che sceglieranno a livello nazionale. Poi snocciola punto per punto le sue idee sul partito e su Bologna. Cinque i punti per il governo della città. Al primo posto la creazione di posti di lavoro, “per uscire prima e meglio di altri territori dalla crisi”. Poi la semplificazione amministrativa, che va di pari passo con la futura città metropolitano bolognese; una discussione sul tema del governo dei servizi, “che resta pubblico ma contempla la sussidiarietà, senza guerra di religione”; il tema della formazione e della scuola e quello delle politiche ambientali e energetiche. Per quanto riguarda la gestione del partito sono due i punti fermi di Donini: il Pd deve restare organizzato e radicato, e la partecipazione deve essere strutturale e codificata. “Non voglio che il Pd sia formato da un gruppo dirigente e da un pubblico. Voglio che il Pd sia formato da migliaia di protagonisti che vengono chiamati a definire la linea del partito”.
A chi dice che la candidatura di Donini spariglia le carte, perché non sta né con Cuperlo, né con Renzi e né con Civati, Donini ricorda che lo schema di una candidatura territoriale unitaria appoggiata dalle varie correnti “non è una novità, nel 2010 sono stato eletto così. Non sono io a cambiare le carte”. Poi ricorda come gli stessi democratici di tendenza cuperliana non siano affatto un blocco monolitico. “Cosa si intende per cuperliani? – si chiede Donini – Raffaele Persiano che è qui è responsabile del partito ed è un cuperliano. Dentro quell’area c’è una discussione aperta ed è da lì che arriva parte del mio sostegno”.
Alla fine Donini promuove il discorso di Matteo Renzi alla Festa dell’Unità, “ma promosso come ho promosso Bersani”. Un solo appunto al sindaco di Firenze ormai lanciatissimo verso la leadership del partito e che ieri ha rilanciato il suo cavallo di battaglia, l’abolizione del finanziamento pubblico alla politica. “Sul tema bisogna ragione – dice Donini , una forma di sostegno pubblico alla politica serve“.

