11 set. -“Dobbiamo ridare valore sociale al lavoro“. Gianni Cuperlo, candidato dalemiano alla leadership democratica, arriva alla Festa de l’Unità di Bologna in una serata in cui l’estate ha lasciato il posto all’autunno. Il freddo e la pioggia di qualche ora prima hanno scoraggiato sicuramente qualcuno, ma nella sala dibattiti centrale non ci sono le folle che attendevano poco più di una settimana fa il principale sfidante, il rottamatore Matteo Renzi.
Erano in un migliaio ad ascoltare le parole dell’intellettuale friulano, che incassa il primo applauso solo per la sua biografia: “Ultimo segretario della Fgci e primo segretario della Sinistra giovanile” dice presentandolo il sindaco di Calderara Irene Priolo. Cuperlo, non è un mistero, piace agli ex Pci-Pds-Ds, almeno a quelli più ortodossi, e in platea ce ne sono molti. Oltre ai vertici locali del partito, sotto il tendone c’è chi il partito lo fa nel territorio: iscritti, consiglieri di quartiere, segretari di circolo, volontari, militanti. In platea c’era anche il neo renziano sindaco Virginio Merola, oggetto di accenno polemico quando sul palco ad inizio serata è salito Piero Passerini, anziano militante del circolo di Borgo Panigale che ha chiesto a Cuperlo, guardando Merola: “Gianni cosa ne pensi dei convertiti dell’ultima ora?” Ovazione dalla sala.
Non è un caso che durante il “contributo video” proiettato prima del discorso (con immagini che partivano dall’11 settembre cileno e passando per l’11 settembre americano finivano tra i militanti del Parco Nord) sia scattato l’applauso proprio sull’immagine di una scritta su di un muro: “Senza la base scordatevi l’altezza“.
Cuperlo parla per poco più di un’ora. Parte in sordina: non ha l’eloquio e la vis comunicativa di Renzi; ma poi si riprende e finisce in una standing ovation. Mette in chiaro che lui punta a guidare il partito, non il governo. “Un partito che sappia riscoprire la connessione sentimentale con la sua gente”; “un partito aperto e capace di parlare a tutti ma che non dimentichi la propria lingua“; un partito di radici e valori solidi, “non un comitato elettorale” né “un trampolino di lancio per qualcos’altro”.
“Non ci serve un nuovo profeta – dice l’intellettuale friulano – ma una nuova profezia” che partendo da radici solide punti a ridare dignità sociale al lavoro, ruolo e passione alla politica e che a quest’ultima sottometta l’economia. La vera ovazione l’incassa però sull’autocritica: “La nostra gente merita di più di quello che ha avuto in questi anni”.


