Bologna, 16 mar. – Il congresso nazionale dell’Arci si conclude con un nulla di fatto per la volontà dei delegati di non andare al voto e far affiorare una spaccatura che sarebbe stata clamorosa. Una spaccatura, comunque, che nessuno nega. Da una parte la proposta di Francesca Chiavacci, presidente dell’Arci Firenze, dall’altra quella di Filippo Miraglia, che per l’Arci nazionale si occupa di immigrazione.
Congresso Arci. “Non abbiamo votato per non spaccarci in due”
Nodo della contesa le regole, che Miraglia ha tentato senza successo di cambiare anche a voto segreto. L’idea era quella di dare più rappresentanza alle piccole realtà e alla regioni minori (ad esempio quelle del sud) che hanno un forte dinamismo ma che, contando le tessere, rappresentano realtà marginali. Le regole attuali invece premiano il numero dei tesserati per l’80% della composizione del consiglio direttivo, con una correzione del 20% dei seggi assegnati in maniera uguale tra tutte le regioni. Semplificando Miraglia voleva far salire quel 20%. Una mossa virtuosa per i suoi sostenitori perché capace di dare spazio ai circoli e all’attivismo (ridimensionando i circoli “più commerciali” da migliaia di tessere), un modo per spostare gli equilibri di voto – quanto mai incerto – secondo alcuni sostenitori di Chiavacci. Le interpretazioni dei delegati variano anche sul motivo dello scontro: per alcuni legato a scelte politiche di fondo e a differenti visioni del ruolo di Arci nella società italiana, per altri dovuto principalmente all’accanimento dei contendenti incapaci di fare un passo indietro e accordarsi su una mediazione. Per altri ancora lo scontro sulle regole è stato semplicemente il campo di battaglia su cui misurare le forze in campo.
Pur di non arrivare alla conta che avrebbe sancito ufficialmente la spaccatura, le delegazioni di Toscana e Emilia Romagna (le due regione che assieme fanno quasi il 50% dei tesserati Arci) hanno minacciato il ritiro. Ed è anche all’interno delle delegazioni regionali che sono affiorate le spaccature. Bologna, con i suoi 13 delegati, aveva scelto di appoggiare Miraglia, e con lei Rimini e Cesena. Ma la maggioranza dei 99 delegati emiliani romagnoli appoggiava chiaramente la proposta di Chiavacci, giudicata “più orizzontale e concreta”.
Per il momento le due candidature restano in campo. L’associazione sarà traghettata fino a fine giugno da un comitato di reggenti che avrà il compito di ricucire e mediare. Entro quella data dovrebbe esserci un nuovo appuntamento congressuale. “Ma non possiamo far finta non sia successo nulla, il congresso di ieri segnerà la storia dell’associazione”, commenta Stefano Brugnara, presidente di Arci Bologna.
Abbiamo chiesto a Brugnara di raccontarci il congresso per come l’ha visto lui, di spiegarci alcuni passaggi (ad esempio il voto segreto chiesto da Miraglia). “Se ne esce con senso di responsabilità, abbassando la tensione a tratti diventata insopportabile, con in testa il fatto che l’Arci è un progetto che abbiamo la responsabilità di portare avanti. Che cosa avrebbe potuto pensare Tom Benetollo dello spettacolo che abbiamo offerto e che non è stato all’altezza? Lo dico con rammarico e tristezza”.


