Bologna, 18 nov. – Giovedì prossimo (21 novembre) Radio Città del Capo si occuperà ancora della questione “classe ponte” alle scuole medie Besta. Vi proponiamo acuni contributi che ci sono stati inviati da tre ascoltatrici, tutte insegnanti. Se volete dire la vostra scriveteci a news@radiocittadelcapo.it.
*
Provo a fare una piccola riflessione in qualità di insegnante: è veramente difficile applicare principi fondamentali all’interno del meccanismo di apprendimento della lingua, quali il “bagno linguistico” o l’uso della “zona prossimale di sviluppo”, quando vi è presente un meccanismo di insegnamento/apprendimento basato su obiettivi e valutazione standardizzato e non volto alla funzione formativa delle persone, ovvero partendo dai loro bisogni reali.
Di fronte a una rincorsa continua a standard da rispettare e a risorse sempre più misere da investire nella formazione, è veramente difficile riuscire a fare della reale integrazione sia nelle situazioni di bisogni educativi speciali (quali appunto quelli delle persone che non hanno piena padronanza della lingua italiana), sia a situazioni di handicap. Non mi ha sorpreso più di tanto che un Collegio Docenti abbia votato la mozione per la classe ponte. Non sono le scuole Besta ad essere in fallo ma tutto il sistema scolastico partendo dal dettato ministeriale che impone un tipo di valutazione qual è l’INVALSI.
Dover insegnare in queste condizioni significa sottostare ad un ricatto che vede un rapporto di forza iniquo fra standard da raggiungere e bisogni reali a cui rispondere. In questi casi gli insegnanti sono costretti a sottostare alla legge del più forte.
Mi disturba molto anche il fatto che ci si affidi, come diceva la responsabile scuola del PD Francesca Puglisi, alla costruzione di “un’innovazione” scolastica (anche se in questo caso mi sembra più che altro una scelta “reazionaria”) che parta dagli insegnanti (strategicamente in questo caso dati che nessuna riforma attuata in questi anni ha interpellato il corpo docente), quando questi ultimi, sia economicamente sia nell’immaginario collettivo non vengono riconosciuti adeguatamente e si ritrovano a lavorare sotto la pressione di una valutazione permanente. Insomma non ci si può basare solo sulla buona volontà e su un non etico lavoro gratuito di chi sta in prima linea sempre, comunque ed immerso nelle contraddizioni. Inoltre non si può guardare al passato e alle innovazioni reali che fra gli anni 70 e 80 ci sono state nella scuola (partite da una volontà dal basso di cambiamento sociale) quando queste istanze sono state tradite dalle varie riforme che anche il PD ha avallato.
Fra le altre cose non trovo per niente innovativo e avanguardista il “modello Besta” tanto osannato sempre dalla responsabile scuola del PD, poiché ci ricaccia a un modello di scuola formalmente, e non solo nei fatti come diceva il prof. Fabbri, classista. Piuttosto che creare evidenti “classi differenziali” o sezioni speciali, anche per brevi periodi, sarebbe più proficuo, pedagogicamente giusto e, inoltre, rispettoso dei bisogni e delle persone in formazione (stiamo parlando di persone e non di pacchi che possono essere inseriti e spostati da un classe all’altra senza generare frustrazioni o sofferenze), finanziare adeguatamente sia il supporto nelle classi in cui sono presenti alunni con BES, sia eventuali corsi aggiuntivi per potenziare l’apprendimento della lingua italiana (cosa che già dovrebbe, in parte, avvenire nel “bagno linguistico” di una classe mista). Ma si sa che nella scuola riformata e depauperata, anche grazie alla volontà politica del PD, ciò non è possibile.
Viviana
*
Buongiorno, sono insegnante alle scuole superiori.
Penso che una classe di soli stranieri possa essere un vantaggio solo inizialmente, essendo tutti allo stesso livello i professori possono svolgere un programma differenziato ma uguale per tutta la classe.
Ho alunni stranieri in classe e, premesso che entro i cinque anni possiamo valutarli con gli obiettivi minimi dovuti alle difficolta’ linguistiche, spesso sono i ragazzini che rimangono piu’indietro. Noi pero’ gli aiutiamo a mio parere fin troppo dandogli la possibilita’ di imparare la lingua lentamente e valutandoli dunque come i ragazzi certificati, facendo inoltre corsi di italiano pomeridiani gratuiti e mi chiedo se sia necessaria questa iniziativa.
Dunque riassumendo, puo’ essere un progetto positivo perche’ tutti sarbbero allo stesso livello, ma in questo modo finiscono per imparare l’italiano molto piu’ tardi e si integrano di meno, o per lo meno si integrano tra stanieri, il che mi sembra negativo.
Per lo meno in classi miste hanno la necessita’ di parlare con i compagni e imparano prima la lingua.
Valeria
*
Vorrei dire due cose riguardo alla creazione della cosiddetta “classe ponte” alle scuole Besta.
Sono un’insegnante della scuola primaria, ho appena iniziato a lavorare e sono quindi molto fresca di ore e ore di studio di teorie pedagogiche. La prima cosa che ho notato entrando nella scuola pubblica è stato il totale scollamento tra università, ricerca e scuola reale e un generale atteggiamento di svilimento di quei principi che, sulla carta, dovrebbero fare della scuola italiana un esempio di avanguardia (mi riferisco in particolare ai programmi dell”85).
Il “problema” dei bambini non italofoni va ad impiantarsi su questo terreno, il quale ovviamente non ha gli strumenti per adattarsi e rispondere nell’unico modo possibile, cioè con una didattica di qualità. Si vive invece un continuo stato di emergenza, un’emergenza che ormai dura da anni e che non dà segnali di voler diventare normalità: insegnanti che fanno “alfabetizzazione” (quando alfabetizzazione non è) alcune ore a settimana in modo del tutto improvvisato; mancanza di esperti e di insegnanti di italiano L2; fotocopie su fotocopie con le parole considerate fondamentali. Il metodo è quello del mostrare che ti stai impegnando facendo report alle famiglie nei quali si afferma orgogliosi di aver dedicato ben due ore di recupero alla settimana per classe. Se queste due ore raggiungono risultati non è importante, si confida nel fatto che tanto i bambini imparano velocemente, quindi più ore = più velocemente.
I professori da voi intervistati elencano una serie di principi che tutti gli insegnanti dovrebbero conoscere e che invece, per la mia esperienza, risultano non solo pericolosamente assenti, ma addirittura rifiutati in nome della stanchezza e dell’esaurimento.
Ma pensare che questo danneggi solo i bambini e le bambine straniere è sbagliato. Una classe è fatta di tante situazioni diverse e diversamente problematiche quanti sono gli alunni presenti. Ci sono bambini che non parlano l’italiano, ma ce ne sono altri con problemi di apprendimento, con certificazioni, con situazioni familiari problematiche, che vivono in condizioni di povertà, con ansie e paure abbastanza forti da influenzare il loro stare a scuola, etc. La didattica che imperversa oggi nelle nostre scuole danneggia tutti questi bambini, danneggia cioè quasi tutti i bambini.
Quel che serve non sono classi ponte ma eccellenza pedagogica e innovazione didattica. Che poi nella maggioranza dei casi sono cose che sono state dette e scritte decenni e decenni fa e sarebbe ora di iniziare considerarle.
Arianna
*
Cara Radio Città del Capo, ho letto della polemica sulla cosiddetta classe ponte della Scuola Besta.
Io direi che 20 anni fa ero straniero in America e ho frequentato una classe per stranieri in una scuola pubblica di Los Angeles, la Fairfax High School in Melrose Avenue. Un posto bellissimo e una scuolona grande come le Aldini e anche di più con non so quanti studenti. Seppi di questo fatto da degli amici e andai all’ufficio comunale di zona e chiesi di potermi iscrivere a sta classe per stranieri, mi chiesero 1 dollaro di iscrizione e mi mandarono a fare l’esame di ammissione coi classici quiz per vedere a che livello sei e poi iscriverti. Mi dissero:“Se te stai qui ti becchi il diplomino e poi torni qui fino all’università”. Mi iscrissero alla 4a e stetti lì qualche mese in cui le lezioni si svolgevano su argomenti su cui la stessa scuola si impegnava a fornirci le fotocopie. Non spendevamo nemmeno una lira per i libri, ogni giorno la prof arrivava con le fotocopie per tutta la classe su cui poi facevamo anche i compiti a casa.
Questo sistema mi è rimasto nel cuore perché ho imparato l’inglese da dio e anche lo spagnolo, visto che la gran parte dei miei compagni di classe erano “latinos”. Speravo e proposi all’ufficio scuola della provincia anni e anni fa di fare qualcosa di simile qui ma invece poi guarda qui che roba: una scuola propone una roba per costruire un futuro alle nostre città e subito le istituzioni ma specialmente la classe politica tenta subito di abortire l’esperienza con motivazioni che dire del cazzo è poco…ma siamo in Italia e si sa che han successo solo le cose inutili tipo Giovanotti e Elio e le storie tese (per stare in tema radiofonico).
Christian Rizzi

