Bologna, 29 giu. – Un astronauta che pianta la bandiera arcobaleno in suoli sconosciuti ed extraterrestri. E’ il simbolo di quest’anno del Bologna Pride, la marcia dei diritti della comunità lgbtqi, e cioè lesbica, gay, bisessuale, trans, queer e intersessuale. Un Pride che sta attraversando tutta l’Italia, e infatti sabato la manifestazione bolognese sarà accompagnata dalle consorelle di Bari, Palermo, Genova e, per la prima volta, Cosenza. Lo slogan del 2017 è Spazio all’orgoglio.
L’orgoglio è quello lgbtqi che portò alla rivolta di Stonewall e al rivendicare pubblicamente diritti e soggettività. Lo spazio, spiegano gli organizzatori, significa il voler “rilanciare la dimensione esplorativa dei movimenti”. “L’astronauta vuole scardinare i luoghi comuni, ultimamente si è parlato spesso di famiglie, coppie, figli. Invece abbiamo messo un esploratore/esploratrice dentro uno scafandro. Non sappiamo se sia un uomo, una donna, una persona trans, una persona intersessuale. Una persona giovane o anziana, ricca o povera, come noi o molto diversa da noi”.
La piattaforma politica del Bologna Pride è stata sottoscritta da 20 associazioni, e per la prima volta anche da un gruppo bisessuale. Manca però il Mit che ha deciso di scrivere un testo proprio e che, pur partecipando al corteo, non parlerà dal palco. Nel documento del Pride si affrontano in 12 pagine vari aspetti che interessano la comunità lgbtqi: dalla questione degli spazi (“non tutto ciò che è 3 legittimo è già legale”), a quelle dell’esclusione passando per i temi legati alla salute, alla violenza omofobica e al rapporto con la politica. Gli organizzatori condannano il decreto Orlando-Minniti perché “definisce quel che è normale e di conseguenza chi da quella normalità è escluso”), danno solidarietà a Xm24 sotto sgombero, agli attivisti di Làbas manganellati e “a tutte le realtà antifasciste, antisessiste e antirazziste”, e chiedono alla Regione l’adozione entro l’anno di una legge contro l’omotransfobia.
“Ogni associazione del comitato organizzatore è stata messa sullo stesso piano, indipendentemente dalla sua maturità e capacità politica, dai suoi iscritti, dalla sua storia. Vogliamo nuove leve e nuova linfa nel movimento”, ha detto Elisa Dal Molin delle Famiglie Arcobaleno. Ad aderire al documento politico oltre a Famiglie Arcobaleno anche Agedo, Amnesty, Arcigay Il Cassero, ArciLesbica Bologna, Frame, Orlando, Bogasport, Bproud, BU Senza Paura, Chiesa Metodista, GayLex, Gruppo Trans* Bologna, I.D.A. Iniziativa Donne AIDS, IndiePride – Indipendenti contro l’omofobia, Komos – coro gay di Bologna, Lila Bologna, MigraBO Lgbt, Uaar Bologna, Uni Lgbtq.
Il corteo partirà sabato alle 15 dal Cassero in Via Don Minzoni 18, percorrerà Via Indipendenza, Ugo Bassi, Porta Saragozza e si concluderà ai Giardini Cassarini. Alle 19 gli interventi dal palco. Poi dalle 22.30 le due feste ufficiali, al Cassero e al Red club. “Un bel percorso molto lungo voluto per attraversare la città con i colori dell’arcobaleno”, sottolinea Nicola Mainardi del coro gay Komos. Il percorso, senza mezzi a motore ma con migliaia e migliaia di persone attese non solo da Bologna, è sostanzialmente quello richiesto dagli organizzatori che hanno dovuto rinunciare soltanto a piazza Nettuno per i lavori in corso. Per motivi di sicurezza è stato chiesto loro solo di dotarsi di un servizio di vigilanza e di allestire punti di soccorso.
Radio Città del Capo seguirà la manifestazione con una diretta radiofonica speciale dalle 14 alle 15.30 di sabato. Altri aggiornamenti in onda durante il pomeriggio.
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Le polemiche. Il comitato degli organizzatori del Pride di quest’anno ha perso all’ultimo momento il Mit, movimento identità transessuale, e il gruppo di persone lgbt con disabilità Jump.
Jump ha usato parole forti, dicendo di non essere orgoglioso di questo Pride. “Il Pride replicherà dinamiche di esclusione”, spiegano quelli di Jump aggiungendo che è stata “data priorità ad altri interessi”. In sostanza il Cassero, pur munito di ascensore e rampa per carrozzine, non è un luogo pienamente friendly per i disabili, anzi. Nonostante questo è stato scelto come luogo di partenza del corteo. “Abbiamo tentato soluzioni differenti ma non siamo riusciti a concretizzarle, i temi posti da Jump sono importanti e centrali”, getta acqua sul fuoco Vincenzo Branà del Cassero. “Rivolgiamo però a Jump l’invito a esserci comunque, ma non colpevolizziamo il Pride per questo. Anzi che questa sia una sveglia al Comune perché la Salara ha bisogno di essere accessibile. Ad esempio ci sono pendenze che non sono a norma ma quando questo spazio è stato rinnovato quelle norme c’erano già”.
Poi c’è la questione del Movimento identità transessuale che ha prodotto un proprio documento in cui si dice, senza troppi giri di parole, che “il Mit non vuole creare fratture o separazioni, ma è parte costitutiva della nostra pratica politica quotidiana porci sempre dalla parte di coloro che vivono ai margini, privat* di dignità perché invisibilizzat*”. “I nostri corpi sono stati e continuano a essere politici. Sono la nostra fisicità, la nostra visibilità, e la nostra favolosità che ci costringono a resistere alle normalizzazioni e alle assimilazioni“. Alla base della frattura tra Mit (che sarà in corteo ma non interverrà dal palco) e il comitato questioni politiche nazionali ma anche il confronto-scontro che c’è stato a Bologna con nuovi gruppi che si occupano di tematiche trans da punti di vista differenti. Nello specifico Mit rivendica la “priorità di far emergere le questioni invisibili e/o invisibilizzate, anche nei loro aspetti più trasversali (prostituzione, migrazione, classe, diritto al lavoro) lavorando nei contesti dove queste si creano e si riproducono”. “E’ una loro scelta di autoderminazione – commenta Branà – ma ci sono tanti altri momenti per sciogliere questi nodi, queste questioni forse i giovani lgbt non le comprandono nemmeno”.
A prendere parola sono anche le attiviste e gli attivisti di Laboratorio Smaschieramenti, Consultoria Transfemminista queer e le ex Atlantide. In un lungo comunicato annunciano la loro partecipazione al corteo del Pride, ma come il Mit senza aderire al documento politico. Anzi in un comunicato la metafora dell’astronauta, simbolo grafico del Pride bolognese, viene attaccata duramente. “Non possiamo diventare modello per la civilizzazione, non vogliamo partecipare alla retorica della conquista di nuove frontiere se non siamo capaci di abbattere quelle che ci sono già – quelle dei nostri privilegi, del privilegio bianco, della classe, della cittadinanza, del binarismo”. “L’astronauta è mandato dall’Impero per cacciarci o costringerci ad essere brav* cittadini*, lavorator* di successo, consumator* mirati, mogli e marite, madri e padri. In cambio di protezione vuole fare di gay e lesbiche un’immagine modello di civiltà per propagare razzismo e lotta al degrado, per colpevolizzare la miseria e la povertà. Ci impone di riporre nel privato la nostra indecente diversità e diventare persone normali. Ma i nostri corpi, sessualità e generi eccedono, non saranno l’arcobaleno sul vessillo dell’Impero. Noi siamo la popola nomade e alien*, siamo l’unicorno di Troia e di troie, favolose e indecorose spezzeremo dall’interno l’ingranaggio di un potere che non ci avrà!”
Il futuro del Cassero. Il Cassero di via Don Minzoni, proprietà del Comune di Bologna, resta per ora in proroga di affidamento. “Il processo di assegnazione- spiega ancora Branà – è in corso ma inciampa continuamente in piccoli errori formali. Sarà la delibera più osservata degli ultimi 100 anni- ironizza- quindi per ogni cosa si riparte da zero. Ma non c’è una difficoltà politica”.

